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cronache finanziarie dal volto umano

Una nuova sfida per il 2011

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Coincidenze o colpi di fortuna, quasi sempre disegni chiari soltanto a posteriori. Una nuova avventura si affianca alla meravigliosa esperienza in FpS Media, in questo inizio 2011. Dal 19 gennaio, qualora lo vogliate, potrete leggermi sulle pagine de Linkiesta, neonato giornale online con una missione affascinante: dimostrare che il giornalismo d’approfondimento e d’analisi complessa, sul web, può funzionare.

Da oggi mi trovate QUI

Qualsiasi critica, osservazione, suggerimento, potete inviarlo ad antonio.vanuzzo (at) gmail.com

Enjoy!

Scritto da tony

gennaio 7, 2011 alle 9:23 pm

Pubblicato in ComunicAzione

Le commedie aiutano gli investimenti

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Ti piace Eddie Murphy? I tuoi investimenti sono al sicuro. Spesso il grande schermo ha rielaborato storie tratte dal mondo del business, la classica dimostrazione è il successo planetario dell’avido Gordon Gekko – Michael Douglas: l’uscita in Italia del sequel di Wall Street è ormai imminente. Molto meno battuta, invece, la correlazione inversa: il cinema ha un effetto tangibile sulle decisioni degli operatori? Oppure il buio in sala serve solo a purificarsi catarticamente da decisioni troppo avventate?

Gabriele Lepori, ricercatore originario di Busto Arsizio finito alla Copenhagen business school, dopo un dottorato all’Università del Michigan, ha provato a rispondere con un paper dal prosaico titolo: “Buon umore, attitudine al rischio e decisioni d’investimento: una dimostrazione sul campo basata sulla visione abituale di film comici in Usa”. La tesi: gli investitori utilizzano il weekend per riflettere sulle operazioni di trading più rischiose che li aspettano il lunedì successivo. Se si gusteranno una pellicola leggera, opteranno per scelte più oculate. Per dimostrarla, Lepori si è studiato tutte le uscite cinematografiche americane degli ultimi 15 anni, estrapolandone la percentuale di film divertenti e dei relativi spettatori, per poi confrontarle con i rendimenti azionari aggregati degli indici S&P 500, Dow Jones Industrial, Nyse e Nasdaq Composite, dal primo dicembre ‘94 allo scorso maggio. “I dati di laboratorio evidenziano una correlazione tra stato emozionale del soggetto e propensione al rischio”, spiega lo studioso, “ mentre la mia ricerca si basa su variabili reali, e dimostra che la visione di film comici provoca una variazione nella domanda di asset rischiosi”. “Di conseguenza”, continua Lepori, “un aumento di spettatori amanti delle commedie determina una diminuzione dei rendimenti azionari il lunedì mattina”. Attenzione, però: una notizia economica negativa appresa nel fine settimana potrebbe influenzare la scelta di un film da ridere, cambiando così la variabile di riferimento. Una distorsione eliminata attraverso un complesso calcolo econometrico.

La correlazione, tuttavia, non riguarda soltanto le commedie. Lepori cita uno studio di Alex Edmands, della Pennsylvania University, legato al rettangolo verde: se una nazionale di calcio perde, il listino principale del Paese va in rosso. Lasciando agli economisti la spiegazione del perché, lo scorso 25 giugno – giorno dopo la debacle contro la Slovacchia – il Ftse Mib abbia ceduto il 2 per cento, il suggerimento è: prima di acquistare bond irlandesi, guardatevi l’ultimo film comico.

Il Foglio 15 ottobre 2010

Scritto da tony

ottobre 19, 2010 alle 12:24 pm

Intervista a Zanardi (Unibo) sul federalismo fiscale

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In soli trenta minuti di discussione, il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri il maxi provvedimento sul federalismo fiscale, che ora passa all’esame della Conferenza Stato – Regioni e delle Commissioni parlamentari. «Si tratta di un federalismo fiscale a maglie piuttosto strette», spiega Alberto Zanardi, ordinario di Scienza delle finanze presso l’Università di Bologna, che osserva: «il decreto non scioglie il dubbio se i trasferimenti alle Regioni debbano considerarsi al netto dei tagli previsti in manovra».

Ieri è stato attuato il secondo step dopo il federalismo demaniale di quest’estate, ma alla fine si pagheranno più o meno tasse?

Difficile dirlo, tendenzialmente la pressione fiscale dovrebbe rimanere identica, proprio perché nel decreto ci sono clausole di invarianza della pressione complessiva. Noto una grande attenzione a imbrigliare l’autonomia fiscale delle Regioni proprio a questo scopo. Tuttavia, a mio avviso, le briglie sono anche troppo tirate per consentire una vera autonomia fiscale che è uno degli elementi qualificanti dei sistemi federali. Garantire spazi di manovra maggiori sulle aliquote equivale a dare la possibilità di fornire più servizi e fare fronte ai disavanzi tempestivamente.

A suo giudizio, quali obiezioni muoveranno gli enti locali quando saranno chiamati alla discussione del decreto in Conferenza Stato – Regioni? Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, ieri ha chiesto chiarimenti sul rapporto tra il decreto e i tagli previsti dalla manovra.

Bisogna tenere distinti due aspetti: il primo riguarda l’organizzazione del sistema tributario per le Regioni e i trasferimenti perequativi, mentre il secondo concerne i bilanci pubblici. Mi sembra che i Governatori siano oggi preoccupati di come applicare il decreto nell’immediato, ovvero di capire se l’ammontare dei trasferimenti che vengono trasformati in imposte includeranno o no i tagli presenti in manovra. Ad esempio, nel caso dei Comuni, si prevede una fase iniziale di devoluzione di alcuni tributi, oggi statali, legati agli immobili, il cui gettito viene rigirato alle Regioni: il problema è che questi gettiti sono eccessivi rispetto ai trasferimenti che si vogliono compensare.

Il Dl prevede più Irpef appannaggio delle Regioni, meno Irap e più Iva, con una compartecipazione, su quest’ultima, che passa da un 25 per cento iniziale a una percentuale decisa dal Governo. L’Iva è un balzello più popolare di Irap e Irpef?

L’addizionale Irpef sarà composta da due parti: un’aliquota base, che obbligatoriamente verrà applicata da tutte le Regioni, e una parte variabile e manovrabile. L’aliquota base di fatto è come una compartecipazione: nella sostanza alle Regioni arrivano gli stessi soldi di prima. Al contrario, sulla parte manovrabile, lo spazio di variazione può aumentare anche in modo molto differenziato tra contribuenti regionali ricchi e poveri. In base agli scaglioni dell’Irpef statale, una Regione potrebbe fare pagare a tutti il massimo livello relativo alla parte discrezionale, un’altra scaglionare i redditi maggiormente. L’Iva, invece, è una compartecipazione a tutti gli effetti, che continua ad essere gestita dall’Erario, e poi ripartita secondo un’aliquota, in base al luogo di consumo dove avviene la cessione del bene o la cessione del servizio. L’aliquota, in questo caso, sarà determinata dai fabbisogni standard e dalle esigenze di finanziamento, allo scopo di rendere la Regione autosufficiente.

Veniamo alla sanità. Il Governo ha definito i costi standard, ma non i fabbisogni e i livelli essenziali di assistenza e prestazione.

Il decreto, in modo esogeno, definisce quanti soldi la collettività italiana può dedicare alla Sanità, compatibilmente con esigenze macrofinanziarie, c’è una presa di posizione molto chiara: l’ammontare complessivo di risorse da destinare alla Sanità è una decisione puramente finanziaria. Nella pratica, il sistema non è troppo differente rispetto al calcolo del costo sulla base delle classi di età che caratterizzano le Regioni virtuose, le quali diventeranno benchmark.

Il Riformista 8 ottobre 2010

Scritto da tony

ottobre 8, 2010 alle 6:32 pm

Istat, una donna su due è senza lavoro

con un commento

Il tasso di disoccupazione italiano ad agosto tocca il livello minimo dal settembre 2009, ma il
quadro rimane fosco: una donna su due, e un giovane su quattro, rimangono fuori dal mercato del
lavoro. Secondo i dati rivelati ieri dall’Istat, la percentuale degli inoccupati scende dunque all’8,2
per cento, rispetto all’8,4 di giugno e luglio. Numeri al di sotto della media Ue, invariata al 10,1 per
cento. In calo anche i dati riferiti ai giovani dai 15 ai 24 anni, 25,9 per cento, contro un 26,7 per
cento registrato a luglio, mentre aumentano di poco, più 0,4 per cento su luglio 2010, le donne
inattive: 49,2 per cento.
«I dati congiunturali sull’occupazione costituiscono finalmente un inequivoco segnale positivo che
nessuna Cassandra potrà contestare» ha commentato ostentando soddisfazione in ministro del
Welfare Maurizio Sacconi in una nota, aggiungendo che: «scende significativamente il tasso di
disoccupazione senza che peggiori il tasso d’inattività. Scende altrettanto significativamente il tasso
di disoccupazione giovanile. Conferma una tendenza a crescere il tasso di occupazione». Per
Sacconi, tuttavia, guai ad abbassare la guardia, che va tenuta alta «per la protezione di coloro che
sono costretti all’inattività e soprattutto per una maggiore capacità delle Regioni di realizzare
politiche di accompagnamento al lavoro e di buona formazione».
Per i tecnici guidati da Enrico Giovannini, sebbene emerga una generale « attenuazione del
deterioramento del mercato del lavoro», la flessione è favorita dall’incremento «dell’inattività
femminile». L’occupazione femminile, dunque, cresce di 0,2 punti percentuali rispetto a luglio
2010, ma cala – sempre di 0,2 punti – se confrontata con i dati di 12 mesi fa. Sul 2010, la
contrazione risulta pari allo 0,3 per cento, ovvero è occupato il 46,1 per cento delle donne di età
compresa tra 15 e 64 anni.
Un altro dato preoccupante concerne la riduzione delle persone in cerca di lavoro, a meno 2,4 per
cento – pari a 50mila unità – rispetto a luglio, in crescita del 3,6 per cento su base annua. Di segno
contrario le stime su base congiunturale relative al gentil sesso: meno 6,7 per cento, pari a 66mila
persone che hanno abbandonato la ricerca di occupazione. In valori assoluti, se tra luglio e agosto
50mila persone sono entrate nel mondo del lavoro, nello stesso periodo 41mila persone sono andate
ad ingrossare le fila degli inattivi, cioè di chi non è occupato e non cerca nemmeno lavoro. Rispetto
a luglio, la percentuale degli uomini che si trovano in questa condizione sale dello 0,1 per cento a
quota 5.229 milioni, 0,4 per cento a 9.756 milioni le donne.
«Guardando gli altri Paesi europei», spiega Alessandro Rosina, professore associato di Demografia
all’Università Cattolica di Milano ed ex ricercatore Istat, «l’anomalia costante dell’Italia è il non
riuscire ad aumentare la partecipazione attiva dei giovani e delle donne nel mercato del lavoro».
Come mai? «Si dice sempre sia un problema strutturale», osserva Rosina, «in realtà bisogna fare
un distinguo: in termini di spesa sociale l’Italia ha tenuto il passo degli altri Paesi europei, ma
rimane più squilibrata, allocando pochissime risorse di welfare attivo per le donne e i giovani».
Nonostante l’Istat mostri un dato in diminuzione per il quarto mese consecutivo, la disoccupazione
giovanile si avvicina pericolosamente al 30 per cento, mentre sugli «scoraggiati» non esistono stime
certe. «Rientrano nel mare magnum di quelli che in gergo si definiscono neet: not in education,
employment or training», commenta il professore: «secondo i dati Istat, oltre due milioni di giovani
tra i 15 e i 34 anni non hanno ancora un’esperienza di lavoro della durata superiore a tre mesi, il
60 per cento di loro è rappresentato da donne. L’assenza di adeguati ammortizzatori sociali oltre
alla famiglia di origine, oltretutto, lascia alle aziende la possibilità di sfruttarli». Indipendentemente
dalla ricchezza del curriculum: uno studio condotto dal prof. Rosina su dati Eurostat evidenzia
come, per i giovani italiani under 30, i livelli di occupazione siano inferiori di cinque punti
percentuali rispetto alla media Ue per chi possiede un titolo di studio basso, livello che sale al 20
per cento per i laureati. Quali soluzioni? «Tanto per le politiche di conciliazione lavoro – famiglia
per le donne, quanto per favorire l’imprenditorialità dei giovani, anziché eliminarla, si sarebbe
potuto usare l’Ici per finanziare sul territorio un welfare attivo, non assistenziale».

Il Riformista 2 ottobre 2010

Scritto da tony

ottobre 2, 2010 alle 12:16 pm

Pubblicato in economia

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Intervista a Durante (Fiom) guardando a Fabbrica Italia

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Dopo l’episodio di Treviglio, ieri si sono aggiunti i fatti di Livorno, quando al termine di una
manifestazione organizzata dalle tute blu della Cgil, una sessantina di facinorosi ha lanciato uova
e sassi contro la sede della Cisl locale, intonando cori diffamatori e insulti. Atteggiamenti bollati
come «non consoni al clima che stiamo vivendo» da Fausto Durante, leader dell’ala riformista della
Fiom, che aggiunge: «se Federmeccanica va avanti nonostante gli scioperi, ci sarà una ragione, e su
questa la Fiom si deve interrogare».
Il 5 ottobre parteciperete al tavolo su Fabbrica Italia, come sarà il clima alla luce delle
provocazioni di Livorno e Treviglio? Marchionne oggi (ieri, ndr) si professava ottimista.

Penso che lanciare uova non sia consono ad una situazione grave come quella che stiamo vivendo
e ad una cultura e attitudine come quella della Fiom, sono errori che possono diminuire il consenso
sulle nostre posizioni, danneggiando la nostra immagine. Gli episodi di Treviglio e Livorno
derivano dalla rabbia per accordi e deroghe firmate sulle spalle dei lavoratori, senza fare assemblee
né chiedere un mandato. Per noi, l’esclusione della Fiom è un gesto di rottura che ha creato
esasperazione, che però va incanalata in comportamenti costruttivi. Su Fabbrica Italia confermiamo
che, se Marchionne vuole realizzare questo progetto senza mettere in discussione diritti e tutele
di carattere legislativo e costituzionale, siamo disponibili a partecipare, a fare 18 turni come a
Pomigliano. Con le forme di gestibilità dell’orario che già oggi il contratto nazionale mette a
disposizione, la Fiat è assolutamente in grado di raggiungere gli obiettivi produttivi prefissati.
Il segretario regionale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo, intervenendo oggi (ieri,
ndr) sul caso di Pino Capozzi – il sindacalista Fiom di Mirafiori licenziato dalla Fiat per aver
utilizzato la mail aziendale a scopo sindacale – ha detto che si tratta di «una delle tante cause
che la Fiat ha disseminato per l’Italia». Vi sentite perseguitati?

È del tutto evidente che la Fiat sta assumendo un atteggiamento intimidatorio nei confronti della
Fiom, ma questo è funzionale alla filosofia di Marchionne, che ha in testa solo il sindacato che
gli dice di sì, chi ha un’opinione diversa diventa un nemico da abbattere, e questo dimostra
l’accanimento nei confronti dei delegati della Fiom, con l’aumento di provvedimenti disciplinari.
Intanto la discussione sulle deroghe con Federmeccanica va avanti. Addirittura si è
scomodato il Financial Times, chiedendovi di essere più realisti nel caso Fiat, dicendo che non
siete consapevoli della vostra debolezza. Come risponde?

Quello che sta accadendo nel settore metalmeccanico è assolutamente anomalo e peculiare, senza
pari negli altri settori, dove la Cgil siede ai tavoli e si rinnovano i contratti nazionali con la firma
della Cgil, e non si parla di deroghe o contratti separati. Se Federmeccanica va avanti nonostante
tutti gli scioperi, forse ci sarà una ragione, e su questa ragione anche la Fiom è chiamata ad
interrogarsi.
Quando un sindacato con una storia così forte come la Fiom parla di «rinnovamento delle
relazioni industriali», cosa intende esattamente?

La mia opinione personale, anche se purtroppo rappresento una corrente minoritaria, è questa: un
Paese industrializzato come l’Italia, se ha un sistema imploso, perde uno degli elementi della sua
competitività, un Paese in cui c’è precarietà confusa con flessibilità perderà produttività, un Paese
con un contratto che deperisce a suon di deroghe perderà ancora competitività. Marchionne non
può pensare al sindacato come un punching – ball, ma ad una controparte con cui discutere un
contratto meno pesante e prescrittivo, avvicinandolo alle esigenze dei lavoratori e del territorio.

Il Riformista 2 ottobre 2010

Scritto da tony

ottobre 2, 2010 alle 12:13 pm

L’oracolo di Omaha scommette sui motori green in Cina

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«Per me è una scelta giusta». Sono bastate queste parole, pronunciate l’altroieri notte da Warren
Buffett, per risollevare le sorti borsistiche della Byd, acronimo per «Build your dreams», rampante
azienda sul futuribile mercato cinese dei motori elettrici. L’ottuagenario titolare della Berkshire
Hathaway – terzo uomo più ricco del mondo stando alla classifica di Forbes pubblicata la scorsa
settimana – si trova nel Celeste Impero per un fitto tour promozionale di tre giorni e mezzo che
prevede, tra l’altro, l’attesa cena per super ricchi organizzata con l’amico Bill Gates, che nella
suddetta classifica lo precede al secondo posto, dietro al magnate messicano Carlos Slim, per
convincere i multimilionari dagli occhi a mandorla a versare in beneficienza qualche milione dei
loro yuan.
Per il produttore di Shenzen, città industriale non troppo lontana da Hong Kong, finora il 2010 è
stato un anno piuttosto difficile, sia sul piano industriale che finanziario: vendite in calo del 25 per
cento anno su anno ad agosto scorso – da 800 a 600mila veicoli – e valore borsistico in diminuzione
del 20 per cento da inizio anno. Una crisi, come spiega a Bloomberg Tv Klaus Paur, consulente
per l’Asia di Tns Research International, «La reputazione della società è stata costruita sulla
promessa che sarebbero divenuti leader nella progettazione di motori green, obiettivo mancato per
il semplice fatto che a oggi non è possibile trovare in commercio alcun veicolo ibrido della Byd».
L’effetto della presa di posizione di Buffett è stato immediato: più 3,6 per cento in apertura di
seduta, per poi virare in rosso a meno 1,3 per cento per un valore di 59 dollari di Hong Kong, circa
5,6 euro, in un contesto comunque negativo, con l’indice Hang Seng che ha chiuso perdendo un
punto percentuale. Un’altalena che non preoccupa particolarmente l’oracolo di Omaha, che si è
detto onorato di investire in «un’azienda giovane e promettente, leader nell’innovazione e nella
tecnologia». Come dargli torto: Berkshire Hathaway entrò nel 2008 nel capitale di Byd con una
quota del 10 per cento e un investimento pari a 230 milioni di dollari. Quota che oggi ne vale 1,7
miliardi.
Se è presto per stabilire ancora una volta l’infallibilità di Buffett, una cosa è certa: per i ricercatori
di Tns, entro il 2020 la quota di mercato delle auto ibride nel gigante asiatico salirà fino al 20
per cento del totale. «Lo sviluppo di un mercato per i veicoli green si scontra con un problema
banale: in Cina mancano i garage per ricaricarne le batterie», nota Alberto Forchielli, presidente di
Osservatorio Asia, che specifica: «tecnologicamente Byd era pronta un anno fa, ma sta scontando
un ritardo nell’avvio di programmi specifici, da parte delle autorità locali, per incentivarne
l’acquisto». Lo scorso giugno, la Repubblica Popolare aveva lanciato un programma sperimentale
di sostegno in cinque città, tra cui Pechino, Shanghai e Shenzen, che prevedeva un rimborso
governativo di 442 dollari per l’acquisto di un veicolo ibrido dalla cilindrata non superiore a 1,6
cc. Secondo alcune stime del think thank ClimateAction, le autorità del Celeste Impero
spenderanno un totale di 1,8 milioni di dollari entro il 2012 in aiuti green appannaggio dei clienti,
mentre non è chiara l’entità del supporto alla rete dei rivenditori. Dal canto suo, il Dipartimento per
lo sviluppo e le riforme prevede, sempre tra due anni, che i veicoli puliti in circolazione saranno
4 milioni. «Un’altra barriera da abbattere riguarda il costo della benzina, sensibilmente inferiore
rispetto all’Italia», sostiene Forchielli, che spiega: «la storia di Byd è emblematica: prima si
occupava soltanto della produzione di batterie, successivamente è passata alla vendita di auto a
benzina, per poi svoltare verso i motori ibridi, dove, tuttavia, sconta la concorrenza internazionale
di Tesla, Nissan e Toyota, che hanno iniziato a guardare con molto interesse alla Cina». E
viceversa: dopo la recente visita asiatica del governatore della California Arnold Schwarzenegger,
Byd sarebbe pronta a esportare i propri gioielli nella West Coast.

Il Riformista 29 settembre 2010

Scritto da tony

settembre 29, 2010 alle 12:09 pm

Addio a Ezio Foppa Pedretti

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Il padre dell’Albero delle idee si è spento ieri notte alle cliniche Humanitas Gavazzeni di Bergamo,
dove era ricoverato da qualche settimana. Ezio Foppa Pedretti, fondatore dell’omonima azienda,
era nato 83 anni fa a Telgate, paesino orobico tra Bergamo e Brescia tagliato dalla A4. Prototipo
e antesignano del capitalismo familiare che ha reso famoso nel mondo il Made in Italy, Foppa
Pedretti è ricordato come un innovatore nell’industria del legno, materiale che, grazie alla sua
intuizione, venne utilizzato per l’arredo dedicato alla prima infanzia. «Mi faccio interprete
dell’omaggio dell’intera Regione», ha detto ieri il Governatore Roberto Formigoni, «a un uomo che
ha incarnato in modo esemplare le virtù lombarde del lavoro, dell’intrapresa e della responsabilità
sociale».
Noto ai telespettatori di metà anni ’90 grazie alle televendite condotte da Gerry Scotti e Mike
Bongiorno, il brand di Grumello al Monte oggi conta 250 dipendenti, più altri 400 dell’indotto, per
un giro d’affari pari a 80 milioni di euro l’anno.
La sua storia ricalca il classico romanzo di formazione della classe dirigente nell’Italia del miracolo
economico: nel ’44, un bombardamento costrinse la Fervet di Dalmine, dove lavorava come
operaio, a sospendere la produzione, costringendolo a cercare una nuova occupazione. Detto, fatto:
dodici mesi dopo fonda nella natia Telgate (BG), assieme al fratello Tito, la «Fabbrica Giocattoli
dei Fratelli Foppa Pedretti», dove ancora oggi lavorano tre dei quattro figli, Pinangela, Annamaria
e Gianluigi, mentre Erica è assessore al Commercio al Comune di Bergamo. La spinta venne dalla
passione per i giocattoli in legno – fabbricati, all’inizio, utilizzando gli scarti del laboratorio di
falegnameria dello zio – e dalla scomparsa del fratello Giuseppe, nel 1943.
La svolta arriva negli anni ’60: il giocattolo in legno non tirava più, soppiantato dalla plastica,
decisamente più smart. Da qui la virata dei fratelli di Telgate verso l’arredo dedicato alla prima
infanzia, dal seggiolone ai fasciatoi, passando per le culle. Negli anni ’80 arriva la definitiva
consacrazione, con il lancio del famigerato asse da stiro «Asso», e l’espansione nel settore dei
mobili da giardino e outdoor, a cui si affiancano campagne pubblicitarie inconfondibili dal taglio
ironico – uno degli ultimi slogan, «Foppa Italia», coniato dal presidente e cognato del paròn,
Luciano Bonetti – amministratore delegato dal 1981 al 1995, quando nasce il Gruppo Foppapedretti
Spa, di cui diventa presidente – faceva il verso al claim dell’ex partito di Berlusconi, incontrato dal
Cavalier Ezio all’inizio degli anni ’80, quando il Cavaliere in tour per attrarre investitori nel suo
nascente impero televisivo.
A inizio anni ’90, invece, risale l’impegno sportivo del Gruppo, con la sponsorizzazione della
squadra di volley femminile di Bergamo. Un team pigliatutto: dal ’95 al ’98 la Foppa Pedretti vince
il vincibile: Campionato, Supercoppa italiana, Coppa Italia e Coppa Campioni, sotto la guida del
mister Marco Bonitta fuori dal campo, e della bella schiacciatrice Francesca Piccinini sotto rete.
Cavaliere del lavoro nel 2005, Foppa Pedretti fu attento alla dimensione ecologica dell’industria,
attraverso FP Technology, branch costruita pensando a politiche green e di salvaguardia ambientale.
Nel suo libro «I numeri uno del made in Italy», Baldini Castoldi Dalai, 2005, il giornalista Alberto
Mazzucca fotografa il momento in cui, anche per un’azienda che realizza i tre quarti del suo
fatturato entro i confini nazionali, arriva la decisione di delocalizzare in Cina, un ottimo mercato
dove «rottamare», per usare le parole di Bonetti, prodotti che in Europa diventano obsoleti alla
velocità della luce, come le grucce di legno. Una questione di costi e competitività. Come l’altro
grande rito di passaggio a cui la creatura del Cavaliere di Bergamo, come tante grandi imprese
italiane, non è sfuggita in questi ultimi anni: l’uscita della terza generazione familiare dalla gestione
operativa, verso un ruolo da «grande azionista». Niente drammi familiari, però: Ezio Foppa
Pedretti, come svela Mazzucca, era completamente d’accordo.

Il Riformista 29 settembre 2010

Scritto da tony

settembre 29, 2010 alle 12:07 pm

Pubblicato in economia, ritratti

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Unicredit, ecco i legami tra i candidati alla successione

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Da ieri si è aperta ufficialmente la corsa ai piani alti di Piazza Cordusio. Durante la riunione del comitato strategico permanente di Unicredit, infatti, ha preso il via la discussione più delicata degli ultimi tredici anni: la successione ad Alessandro il Grande. Al momento, non sono ancora emersi nomi certi. Tutto sembra rimandato al fatidico 30 settembre, quando il Cda della prima banca italiana si riunirà a Varsavia, lontano dagli occhi e dal cuore dell’asse Verona – Milano – Torino. Sono due i livelli su cui vertono i negoziati sul nome dell’erede di Mr Arrogance: il primo è quello politico, legato a Cesare Geronzi, «oggi è meglio che non parli» ha dichiarato ieri sibillino a margine del Cda di Generali a Venezia. Il secondo livello – la partita vera – concerne la gestione operativa: la lobby dei manager con un passato in McKinsey, società di consulenza da cui passò anche Profumo alla fine degli anni ’80 – come Roberto Nicastro, vice amministratore delegato e responsabile della divisione Retail – e l’area legata alla banca d’affari Merrill Lynch, i cui ex uomini di punta, come Sergio Ermotti ed Edoardo Spezzotti, oggi fanno parte del gotha di Unicredit. Situazione che avvalora la candidatura di Andrea Orcel, attuale numero uno di Bofa – Merrill Lynch Italia, advisor dei principali dossier scottanti dell’ex Credito italiano, dalla fusione con Capitalia all’Opa su Hvb, passando per il maxi aumenti di capitale del 2008, fino all’attuale dossier Pioneer. Orcel, 50 anni, un passato da consulente per Boston consulting group prima dell’approdo in Merrill Lynch e la promozione a capo degli investimenti per l’Europa nel 2003, viene ricordato in ambienti finanziari come il regista dell’acquisizione di Abn Amro da parte di Rbs, chiusa dopo aver battuto nientemeno che Barclays. Considerato vicino a Paolo Biasi, presidente di Cariverona – il primo socio italiano di Piazza Cordusio – nel 2007 Orcel ha gestito l’integrazione di Ras, Lloyd Adriatico e Allianz Subalpina in Allianz Spa, in seguito alla quale Biasi, già consigliere di Ras dal 2005, fece il suo ingresso nel Cda di Allianz. Il cui attuale presidente, Enrico Cucchiani – che fa parte anche del Cda di Pirelli – si è detto non interessato alla poltronissima. La rosa dei papabili comprende anche il profilo di Mario Greco, ex amministratore delegato di Ras ed Eurizon, dal 2007 a capo di Zurich Life. Cinquantun anni, Greco siede nel board di Saras, del Gruppo Espresso e dell’Università Bocconi, e fino al 2005 fece parte dei consiglieri di Ifil, l’ex cassaforte della famiglia Agnelli, oggi Exor.

Qualora dovesse scattare l’operazione nostalgia, i nomi più vicini a Geronzi, ammesso e non concesso che l’ex presidente di Mediobanca sia il grand commis nella vicenda Unicredit, rispondono ai cognomi Nagel, Auletta Armenise – quest’ultimo nome è circolato con insistenza nei corridoi di Piazza Cordusio – Costamagna e Gallia. Il primo, classe ’65, è l’attuale guida operativa di Piazzetta Cuccia, nonché vicepresidente di Generali. Una carriera tutta interna: assunto nel ’91, un anno dopo la laurea in Bocconi, Nagel scala le gerarchie fino a diventare Direttore generale nel 2003, dopo un’esperienza come consigliere nella boutique di private banking nata dalla joint venture tra Mediobanca e la Mediolanum di Doris e Berlusconi. Per risalire alle origini del rapporto tra il numero uno di Generali e il conte Giovanni Auletta Armenise, attuale presidente di Rothshild Italia ed ex amministratore delegato di Ubi Banca prima di Victor Massiah, bisogna fare un salto indietro di quindici anni, quando, nel 1995, Geronzi – allora presidente del Banco di Roma – grazie all’appoggio politico di Lamberto Dini riuscì ad avere il controllo della Banca nazionale dell’Agricoltura. Ai tempi della fusione con Capitalia, invece, risalgono i rapporti del banchiere di Marino con Claudio Costamagnam che ieri ha bollato come «infondate» le notizie di un interessamneto. Come Draghi, Costamagna viene dal club degli ex Goldman Sachs, e fu chiamato come consulente per le alleanze strategiche. Da Capitalia arriva anche Fabio Gallia, Ceo e direttore generale di Bnl – Bnp Paribas dopo un periodo da amministratore delegato di Fineco, banca della galassia Unicredit.

Volendo optare per una soluzione politica, Rampl potrebbe accontentare Tremonti nominando l’attuale direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli. Phd all’Università di Rochester, come Cucchiani, e uomo di fiducia di Ciampi, Grilli è stato consigliere di Bnl e ha lavorato per Credit Suisse First Boston. Nei giorni scorsi, si è parlato anche dell’ex titolare di via XX Settembre, Domenico Siniscalco, oggi al vertice di Morgan Stanley Italia.

L’ultimo nome che trapela da ambienti interni ad Unicredit è quello di Francesco Caio. Il vicepresidente di Nomura, ex collega di Profumo e Colao in McKinsey, recentemente ha fatto capolino in Italia come consulente per lo scorporo di Telecom, società controllata da Telco, di cui Mediobanca è azionista forte.

Il Riformista 24 settembre 2010

Scritto da tony

settembre 27, 2010 alle 2:38 pm

Unicredit, i Merrill boys puntano alla successione

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Alessandro Profumo non era l’unico dominus di Piazza Cordusio. La gestione operativa dell’affaire libico, duramente criticata dalle Fondazioni e motivazione formale dietro la cacciata del manager, è stata soltanto la goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di perplessità legate a scelte di investimento bocciate all’esame dei mercati. Tutto iniziò con l’aggregazione della banca bavarese Hvb – e delle controllate Bank Austria e Bph, istituto polacco in seguito ceduto – che, nel 2005, diede vita al terzo polo bancario europeo e aprì le porte del salotto buono all’attuale presidente Dieter Rampl. L’operazione risultò fallimentare nel momento in cui emerse l’entità dell’esposizione di Hvb verso i mutui subprime. All’epoca del merger, Unicredit venne assistita, in qualità di advisor, da Goldman Sachs e Merrill Lynch. Un nome, quest’ultimo, che accompagna tutta la storia recente di Unicredit, e che potrebbe modellarne irreversibilmente le strategie nel prossimo futuro.

Non a caso, uno dei nomi in pole position per raccogliere il testimone di Profumo è quello di Andrea Orcel, attuale numero uno di Bank of America – Merrill Lynch ed ex consulente in Boston Consulting Group. La merchant bank americana, salvata da Bank of America sette giorni prima del fallimento di Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008, è l’ex datore di lavoro di due nomi di peso nel management di Unicredit: Sergio Ermotti e Edoardo Spezzotti. Il primo, che oggi ricopre il ruolo di vice Ceo, in meno di vent’anni ha scalato i vertici della banca americana, prima di fare il suo ingresso in Piazza Cordusio nel 2005. Il secondo, invece, che nel 2007 prese il posto di Ermotti come responsabile dell’Investment banking, ha un passato da amministratore delegato della divisione italiana di Merrill Lynch.

Prima della chiamata di Profumo, tra le altre cose, i due erano partner di NewSmith Capital, una società di consulenza fondata nel 2003 da Michael Marks, Paul Roy, Stephen Zimmerman, Check Low e Ron Carlson: tutti ex Merrill Lynch. Cinque anni più tardi, esattamente il 2 giugno del 2008, Sergio Ermotti annunciava un accordo strategico con la divisione legata alla consulenza creditizia di NewSmith, la NewSmith Financial Products, che sarebbe passata sotto il controllo dell’unità Global & Investment banking di Unicredit, in cambio di una quota del 5 per cento nel capitale di NewSmith. In seguito all’accordo, l’amministratore delegato della società londinese, il malese TJ Lim – artefice, a metà anni novanta, del successo di Merrill Lynch nel mercato dei derivati sul reddito fisso e del Forex – divenne il condirettore di Spezzotti con delega su bond e mercato valutario, raggiungendo l’amico Mike Hammond, assunto nell’estate del 2007 come direttore Capital markets, il quale, manco a dirlo, ricopriva lo stesso ruolo nella banca statunitense per l’area Europa, Africa e Medio oriente. In questi anni, Hammond ha lavorato a stretto contatto con Theodor Weimer, guida dell’unità Global investment banking ed ex consulente McKinsey, multinazionale dove Profumo mosse i primi passi a livello internazionale verso la fine degli anni ’80.

Sarà per questo che l’ormai ex Ceo, come scriveva il Sole 24 Ore a inizio 2008, ad un certo punto pensò addirittura di volgere lo sguardo oltreoceano e puntare ad un Opa su Merrill Lynch, la cui capitalizzazione, all’epoca, era pari a 29 miliardi di euro. Un’ipotesi spazzata via dal vento della crisi finanziaria.

La conquista del salotto buono della finanza italiana, da parte della merchant bank a stelle e strisce, comincia verso la fine degli anni ’90, quando, grazie alle capacità di Spezzotti e ad una campagna acquisti aggressiva a livello di management, riesce a seguire come advisor alcune delle operazioni più discusse e controverse dell’epoca: dall’emissione obbligazionaria voluta da Bassolino per la città di Napoli alle cartolarizzazioni di Cecchi Gori e della Lazio di Sergio Cragnotti, fino alle azioni privilegiate della Parmalat di Calisto Tanzi. Nel lontano 1998, il Corriere spiegava che i concorrenti adducevano le ragioni del successo dei Merrill boys alle basse commissioni applicate sui propri servizi.

Negli ultimi anni, la banca Usa ha accompagnato Piazza Cordusio negli snodi centrali della gestione Profumo, dalla fusione con Capitalia,  nell’aumento di capitale da 6,6 miliardi di euro dell’ottobre del 2008, fino all’ultimo dossier, la vendita di Pioneer, che il successore del manager genovese si ritroverà sul tavolo.

Il Riformista 23 settembre 2010

Scritto da tony

settembre 23, 2010 alle 11:56 am

Europa lenta sulla regolamentazione dei derivati

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«Sulle nuove regole per la finanza derivata l’Europa è indietro di 8 mesi rispetto agli Usa». È
quanto sostiene Marcus Schueler, responsabile dell’area regolamentazione finanziaria di Markit
ed esperto di derivati e mercati Over the counter. Il Riformista lo ha raggiunto telefonicamente
per capire meglio quali saranno i contorni del mercato dopo l’approvazione del pacchetto Barnier.
Ritiene che le nuove regole elaborate dalla Commissione europea, sopratutto sul versante
della standardizzazione dei derivati, ridurranno l’utilizzo di questi strumenti da parte di
banche e fondi hedge?
Prima di tutto va specificato che la regolamentazione di questo comparto, in Europa, si compone
di due parti: la prima, pubblicata esattamente una settimana fa, riguarda il rischio di controparte e
i trade repositories, i centri di raccolta dati sulle transazioni. La seconda, contenuta nella direttiva
Mifid, concerne i requisiti di trasparenza per il trading di questi strumenti. Facendo un confronto
con gli Usa, il pacchetto approvato la scorsa settimana rappresenta soltanto una porzione delle
norme contenute nel Dodd-Frank act.
Quali sono i vantaggi di una standardizzazione dei derivati e della limitazione dello short
selling in alcuni casi specifici?
Facendo un passo indietro, ciò che è stato pubblicato la scorsa domenica riflette gli impegni
presi dal G20 al meeting di Pittsbourgh, soprattutto sul versante del clearing dei derivati over the
counter e dei miglioramenti nella trasparenza degli scambi. In sostanza, la creazione di stanze di
compensazione per ridurre il rischio di controparte e la registrazione degli scambi, di fatto non sono
altro che dei miglioramenti dei principi sanciti dal G20.
Quindi in realtà le nuove regole non sono tali?
Sto dicendo che dopo l’impegno assunto dal G20 è interessante notare come divergano i principi dei
regolatori americani ed europei. Nonostante ciò, tuttavia, i due Paesi hanno adottato norme similari
sullo stoccaggio delle informazioni sulle transazioni e sulle stanze di compensazione centralizzate.
La legislazione americana, oggi, è già stata approvata, mentre l’Europa sconta un ritardo di 8-10
mesi sull’iter legislativo.
Quali sono i costi di standardizzazione per gli hedge funds e gli altri attori sul mercato?
Lo scopo del legislatore europeo è rendere più sicuro il mercato over the counter, per evitare una
situazione in cui i rischi di controparte diventino sistemici, come è accaduto prima del fallimento
di Lehman Brothers. Ovviamente, avere una stanza di compensazione standardizzata implica costi
crescenti a livello di margini iniziali e di garanzie collaterali. Tuttavia, più prodotti sono tracciati,
meno rischi sistemici si avranno, e ciò sarà un bene per tutti, nonostante i margini più alti richiesti
agli attori sul mercato.
Ha senso regolamentare strumenti finanziari basati su algoritmi matematici, quando le
banche possono, teoricamente, crearne sempre di nuovi?
È una questione interessante. Fermo restando che lo scopo del regolatore non è limitare
l’innovazione finanziaria con regole troppo rigide, ci sono due modi per affrontarla: da un lato, se
un soggetto sceglie prodotti troppo complessi o non abbastanza liquidi, le garanzie richieste saranno
più elevate. In questo caso, annullare il rischio di controparte sarà dunque molto più costoso rispetto
a prodotti standard. Nel caso in cui, invece, vi sia la necessità di utilizzare derivati non standard,
come nel caso di certe tipologie di contratti che proteggano dai rischi sulle commodities, una leva
troppo elevata potrebbe creare rischi sistemici, per questo è necessario un margine di garanzia più
elevato. Dall’altro lato, si può affrontare il problema come in Usa, dove vige una regolamentazione
proibizionista, con profili di reato come l’«abusing swaps».
Qual è il peso del trading elettronico ad alta frequenza?
Negli ultimi due anni abbiamo assistito ad un cambio di paradigma radicale sul mercato azionario:
prima gli scambi elettronici nello stesso momento ma su piazze finanziarie differenti non erano
possibili. Credo che il fenomeno potrà crescere ancora, perché più transazioni si fanno, più
opportunità si creano per gli arbitraggi. Ora, il problema sui mercati Otc è proprio questo: non
esiste una piattaforma elettronica per fare trading, per questo il regolatore ha voluto fissare degli
standard. Ritengo che una piazza virtuale condivisa possa portare soltanto dei vantaggi, sviluppando
nuove tecniche di trading e dando un impulso positivo, e non distruttivo, all’high frequency trading.

Il Riformista 19 settembre 2010

Scritto da tony

settembre 20, 2010 alle 1:18 pm

Pubblicato in finanza

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