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cronache finanziarie dal volto umano

Geithner guarda l’Europa, l’Europa guarda Dodd

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Domani a Washington il Senato Usa riprenderà la discussione sul testo di riforma finanziaria scritto dal senatore democrat Chris Dudd. Una proposta su cui studiosi ed esperti internazionali si dividono. Per l’editorialista di Business Week Paul Barnett, il punto chiave su cui dovrà incentrarsi la riforma sono i ratio patrimoniali. Il convitato di pietra in Campidoglio, infatti, è la questione del capitale: l’unico mezzo per garantire la solidità di un istituto di credito anche, quando, ad esempio, il valore degli asset basati su prodotti strutturati sul mercato del real estate hanno perso valore, come è successo dal 2007. Anno a partire dal quale, sottolinea Barnett citando un report di Bloomberg, le banche americane hanno recuperato 519 miliardi di dollari di riserve sotto la pressione della Fed. Ma non basta: sebbene ad un livello più basso rispetto al 2007, il mercato dei pronti contro termine americano, che fornisce alle banche la liquidità a breve termine, vale ancora 2 trilioni di dollari.

Per Donato Masciandaro, ordinario di Economia politica alla Bocconi di Milano, esistono due modi per affrontare la questione del capitale di rischio: «O un approccio proibizionistico, in cui si vietano certe attività, un po’ come avviene con la Volcker Rule, adottando un modello di “vigilanza strutturale”, oppure mediante un approccio prudenziale, in cui si cerca un coefficiente patrimoniale con meno difetti possibili».

In un’audizione alla commissione d’inchiesta sulla crisi finanziaria, lo scorso 7 aprile, l’ex governatore della Fed Alan Greenspan ha specificato che: «Gli imperativi primari da portare avanti sono l’incremento del capitale di rischio delle banche e i requisiti di liquidità e un aumento significativo dei requisiti di collaterale per i prodotti finanziari scambiati a livello globale». Maggiore capitale e liquidità, infatti, significa avere minori rischi, ma anche minori profitti per ogni dollaro investito. A ciò si aggiunge la questione della leva finanziaria. In una missiva indirizzata al parlamentare democratico Keith Ellison, vista come una rassicurazione di Geithner ai banchieri di Wall Street, il segretario al Tesoro Usa affermava di non ritenere opportuno fissare un limite numerico alla leva. Una posizione che non dovrebbe stupire. Per Masciandaro, infatti, «L’America non può permettersi di avere regole sulla leva finanziaria, perché è un Paese che vive di debito pubblico e privato». Simon Johnson, docente all’Mit di Boston, sostiene che la questione chiave sia eliminare il concetto del «too big to fail». Nel suo ultimo libro, intitolato «13 Bankers», Johnson afferma che «Se non esistessero istituzioni finanziarie troppo grandi per fallire, non ci sarebbero nemmeno aiuti impliciti che favoriscono questa o quella banca. I creditori e le controparti potrebbero fare il necessario per assicurarsi che le banche non si prendano rischi eccessivi». La soluzione proposta da Dudd, che prevede un’agenzia federale per proteggere i cittadini americani dagli abusi sul fronte dei mutui e delle commissioni occulte delle carte di credito. Risposta soltanto apparente: il nuovo organo dipenderebbe dalla Federal Reserve, accusata di essere amica delle banche dalle associazioni consumeriste americane e dai pensatori liberal.

In Italia, Basilea 3 non piace quasi a nessuno. In primis a Tremonti, che a inizio febbraio l’aveva liquidata come «la via diretta per produrre una stretta del credito», mentre nuove obiezioni sono state sollevate nei giorni scorsi da Antonio Vigni, direttore generale di Banca Mps: «Le banche italiane», ha detto, «possono e devono pretendere un trattamento che tenga conto del loro profilo di rischio e di alcune peculiarità del nostro sistema, come la fiscalità differita». «I requisiti di capitale per una banca orientata all’economia reale dovrebbero essere intesi in modo diverso da quelli di una banca commerciale che si occupa di fare trading», afferma Corrado Passera, ceo di Intesa San Paolo, al Financial Times, aggiungendo che «se i requisiti di capitale saranno troppo alti, le banche si ritroveranno a non poter produrre credito all’economia reale, dovendo ridurre i propri asset, e vista la situazione attuale, dove il tasso di crescita è il problema numero uno e quello di disoccupazione l’emergenza numero uno, dobbiamo evitare una situazione di credit crunch attraverso la regolamentazione, ma sono sicuro che ciò non accadrà».

Pubblicato su Il Riformista, 11 aprile 2010

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Written by tony

aprile 11, 2010 a 10:33 pm

Pubblicato su finanza

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