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cronache finanziarie dal volto umano

Popolari di nome, commerciali di fatto

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Fusioni in vista per le banche «corte». Massimo Ponzellini, presidente di Bpm, rilancia dalle pagine di Repubblica Affari & Finanza il tema degli accorpamenti tra grandi e piccole banche: «Per restare competitive», ha affermato il numero uno di Impregilo, «le piccole banche popolari potrebbero cercare di aggregarsi, e il partner ideale sarebbero le cugine maggiori». Cioè Ubi Banca, Banco popolare, Banca popolare di Milano e Unipol.

L’universo delle banche popolari, che giuridicamente si differenziano dagli altri istituti di credito –  sono società cooperative ad azionariato diffuso e voto capitario –  in realtà è variegato, e spalmato quasi omogeneamente in tutta la Penisola. Un comparto che, dopo le pessime reazioni del mercato al piano industriale di Bpm, presentato a inizio anno, e alle voci, sempre più insistenti, di un merger tra Ubi e Banco Popolare – già gravata dal crack Italease – è assurto la scorsa settimana agli onori delle cronache dopo che Veneto Banca, holding dal passato «popolare», ha acquisito la torinese Banca Intermobiliare.

Allargando lo sguardo, però, si scorgono alcuni protagonisti di territori e distretti che, sebbene marginali e spesso non quotati, chiudono l’anno sempre in nero. Qualche esempio: oltre a Veneto Banca, che evidenzia utili 2009 a più 3,9 per cento sul 2008, c’è Banca popolare di Vicenza, secondo alcuni prossima alla quotazione, Banco popolare di Sondrio, che ha chiuso il 2009 con utili strabilianti, più 400 per cento anno su anno, Banco popolare dell’Emilia Romagna, utili 2009 in calo del 18 per cento sul 2008 ma impieghi e raccolta in crescita. Difficoltà congiunturali, invece, per Banca Etruria, possibile preda di Mps, e Creval.

In pratica, uno sportello su tre è popolare. Secondo i dati 2009 dell’Associazione delle banche popolari, il 28 per cento delle agenzie bancarie appartiene a questo comparto, a cui va il 26 per cento della provvista ed il 23,8 degli impieghi sul totale del mercato italiano. Nove milioni di clienti – un milione e mezzo soci – 555 miliardi di attivi, provviste per 435 miliardi ed impieghi per 358 miliardi di euro sono gli altri dati 2009. Per quanto riguarda il primo trimestre, i dati testimoniano sul retail una crescita più sostenuta delle banche commerciali. A marzo gli impieghi sono aumentati del 5,9 per cento anno su anno, a quota 319.444 milioni di euro, mentre la raccolta ha segnato un più 10 per cento sullo stesso periodo del 2009. Insomma, il territorio sta assumendo un ruolo sempre più importante nel panorama finanziario post crisi. A dirlo è via Nazionale, che evidenzia un aumento degli impieghi – indicatore che si riferisce alla capacità di riversare risorse per finanziare attività produttive –  del 6,5 per cento negli ultimi due anni, rispetto all’1 per cento delle banche commerciali. La concentrazione sul retail, con i prestiti che incidono per il 77 per cento sull’attivo, è stato l’ombrello in grado di proteggere le popolari dalla crisi, mentre i tassi di interesse per le Pmi, i loro principali interlocutori, nel 2009 sono stati pari al 2,8 per cento, rispetto al 3 per cento delle banche commerciali. Tuttavia, specifica Bankitalia, il settore è ad altissima concentrazione: i primi cinque gruppi rappresentano il 75 per cento degli attivi. Il che, dicono da Palazzo Koch, pone la questione della governance e della vigilanza su banche ormai simili agli istituti tradizionali, anche nel profilo di rischio. Superiori invece, evidenzia via Nazionale, le sofferenze in rapporto ai prestiti, se confrontate con le banche commerciali.

Sul futuro delle popolari, in Piazza Affari, gli analisti sono concordi: sarà tutto fermo fino a quando i saggi di  Basilea avranno scritto le nuove regole della finanza. «È come giocare senza sapere le regole del gioco», è il commento di un analista di un’importante istiuto di credito. Non solo. Alcune banche, come la Popolare di Milano e il Banco Popolare, hanno coefficienti di patrimonializzazione troppo risicati per potersi permettere di sopportare un’operazione di M&A: quando si iscrive a bilancio un avviamento importante, infatti, è inevitabile che il Tier scenda.

Da Il Riformista 13 aprile 2010

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Written by tony

aprile 13, 2010 a 11:01 am

Pubblicato su ComunicAzione

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