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Subprime: le responsabilità del rating

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Per la prima volta le agenzie di rating finiscono formalmente sul banco degli imputati per i giudizi espressi sui prodotti strutturati legati al mercato immobiliare americano. Mentre a Washington i membri del G20 stanno discutendo su quali regole daranno una nuova fisionomia alla finanza mondiale, in Campidoglio la commissione permanente per le investigazioni del ministero dell’Interno statunitense è intervenuto in un’audizione per valutare le responsabilità di Moody’s e S&P nella crisi del 2008. Gli uomini della commissione, guidata dal senatore democratico Carl Levin, sarebbero in possesso di un dossier di 550 pagine, di cui fanno parte alcune mail interne circolate tra i dipendenti delle due agenzie di rating nel periodo che va dal 2004 al 2007, l’anno dell’implosione dei derivati sui subprime. Una di esse, datata 2004, recita: «Ci incontreremo questo weekend con i vostri rappresentanti per discutere della modifica dei criteri di rating dei Cdo – derivati il cui valore è garantito da un portafoglio di titoli azionari e obbligazionari – sugli asset del mercato immobiliare. Se diminuisce il valore dei Cdo il mercato sottostante crolla, un circolo vizioso che si sta rinforzando». In un altro documento interno, risalente al giugno 2005, un dipendente di Standard & Poors avvertì che «manipolare i criteri per chiudere più contratti, mettendo a rischio la società, non è una buona idea». Nel 2006, un manager di Moody’s scrisse esplicitamente: «Sto subendo delle pressioni consistenti da parte di Goldman Sachs su un affare che vorrebbero presentare oggi sul mercato». Parole che pesano come macigni, dopo l’accusa di frode formulata dalla Sec nei confronti di Goldman Sachs, il discorso di Obama ai banchieri, e la proposta del Fmi di tassare le banche per prevenire future crisi. Ancora, nell’agosto del 2006 un dipendente di S&P dichiarava: «Si sentono così in obbligo nei confronti dei loro principali finanziatori che hanno sviluppato una sorta di sindrome di Stoccolma che, sbagliando, chiamano “creare valore per i propri clienti”».  Continua l’anonimo, in una mail di fine 2006: «Le agenzie di rating stanno creando un mostro ancora più pericoloso, il mercato dei Cdo, speriamo di essere tutti in pensione quando cadrà questo castello di carte».

L’indagine, iniziata quasi due anni fa, nel novembre del 2008, evidenzia come – tra il 2004 e il 2007 – S&P e Moody’s abbiano usato dei modelli di previsione sul mercato immobiliare inadeguati a monitorare la rischiosità dei mutui subprime. Non solo: per gli uomini di Levin le agenzie di rating avrebbero rivisto i propri giudizi troppo tardi: «I diffusi downgrade dell’estate del 2007», si legge in una nota che riassume le conclusioni dell’inchiesta, «hanno causato uno shock sui mercati finanziari, che ha portato al collasso del mercato secondario dei subprime, colpendo duramente le vendite di asset immobiliari delle holding finanziarie, che hanno perso capacità di investimento in tutto il mondo». In altre parole: prima le agenzie di rating hanno costruito l’apprezzamento dei derivati per coprire gli investitori dal rischio di insolvenza dei mutuatari, per poi ribassare il valore dell’intero comparto, quando la bolla era già scoppiata.

La Dodd bill, il testo di riforma finanziaria in discussione al Senato americano, potrebbe fare rientrare sotto l’ombrello della Sec, la Consob d’oltreoceano, anche le agenzie di rating, aprendo di fatto un nuovo scenario in cui a società quotate e investitori danneggiati verrebbe data la possibilità di rivalersi per vie legali. Una simile misura, per Levin, dovrebbe essere contenuta nel testo stilato da Chris Dodd, nonostante l’ostruzionismo, su questo punto, potrebbe essere enorme. «La prima cosa che dovrebbero fare, e credo non faranno, è trovare un modo per risolvere il perenne conflitto di interessi in base al quale i servizi forniti dalle agenzie di rating vengono pagati dai loro clienti».

Ai riscontri della commissione Levin, Moody’s ha risposto di aver sempre adottato «metodologie, politiche aziendali e procedimenti trasparenti e rigorosi», mentre S&P ha affemato: «abbiamo tratto una lezione importanti dalla recente crisi, e ci stiamo muovendo per migliorare la trasparenza, la governance e la qualità dei nostri giudizi».

Il problema dell’importanza delle agenzie di rating è cruciale, perché attraverso le loro valutazioni si definisce il prezzo delle obbligazioni di Stati ed enti locali, non solo in Usa. Vietare per legge un giudizio sulla finanza pubblica non sembra una via percorribile, più sensato, anche sulla sponda europea dell’Atlantico, affidare il controllo sulla loro affidabilità ad un organismo indipendente, come la Sec o la Consob.

Da Il Riformista 25 aprile 2010

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Written by tony

aprile 25, 2010 a 9:40 am

Pubblicato su ComunicAzione

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