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Quei cattivoni delle agenzie di rating

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Dopo il repentino declassamento delle obbligazioni greche, portoghesi e spagnole, le agenzie di rating ritornano sotto accusa. Standard & Poor’s, Fitch e Moody’s sono nel mirino dei politici. Dominique Strauss-Kahn, direttore del Fondo monetario internazionale, non ha usato mezzi termini: «Non bisogna credere troppo a quello che dicono, anche se hanno una loro utilità», mentre il numero uno della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, seppure con parole istituzionali, ha lanciato un deciso appello nei loro confronti, difendendo la bontà del piano di salvataggio greco: «Mi aspetto che gli osservatori ne tengano conto, incluse le agenzie di rating».

Una stoccata che arriva in un momento cruciale per l’Ue, dopo il via libera della cancelliera Angela Merkel al pacchetto di aiuti, salve garanzie sul piano di austerità di Atene, dettate da ragioni elettorali: l’opinione pubblica tedesca non vuole che il Governo sborsi altri soldi per salvare la Grecia, e tra meno di 15 giorni si vota in Nord Reno – Westfalia. Certo, notano alcuni osservatori politici, è molto strano che le tre sorelle si siano accanite sui conti pubblici di tre Stati a guida socialista, mentre è ovvio – dicono da Piazza Affari – che un modello di valutazione an- glosassone sulle aziende, come quello adottato dalle agenzie di rating, non possa non tener conto delle componenti sociali che vanno a formare i bilanci pubblici. Un esempio lampante arriva dalla convinzione diffusa nella popolazione ellenica, secondo cui sia meglio un ritorno alla dracma. Cittadini più poveri, insomma, ma più liberi di svalutare la propria moneta, come nell’Italia di quarant’anni fa. Un aspetto, quest’ultimo, impossibile da monitorare. «La tipologia di analisti creditizi delle agenzie di rating è equiparabile a quella delle banche d’affari», spiega Massimo Intropido, consulente di Ricerca Finanza, che osserva: «Quando si giudica l’affidabilità di obbligazioni di Stati sovrani entrano in gioco elementi economici dalla valenza sociale, come il tasso di risparmio, che ha già salvato l’Italia da due o tre default». Dal crack Enron ai Tango
bond argentini, dai fallimenti di Parmalat e Cirio al fallimento della Lehman Brothers, fino ai recenti giudizi sui conti pubblici greci: per ogni turbolenza finanziaria sono loro a finire inevitabilmente nell’occhio del ciclone. Le agenzie di rating controllano il 96 per cento del mercato, un vero e proprio oligopolio deregolamentato. E in conflitto di interessi: impossibile vendere un prodotto azionario, obbligazionario o strutturato prescindendo dalla pagella di Moody’s, Fitch e S&P.

Nel caso greco, tuttavia, va fatto un distinguo: i conti statali sono – in teoria – trasparenti e sotto gli occhi di tutti, per valutare il rischio paese di uno dei 27 membri Ue bisogna confrontarsi con i parametri di Maastricht. «Non c’è dubbio che le agenzie di rating vadano regolamentate come le banche perché i loro prodotti hanno un impatto sul sistema finanziario», spiega Stefano Caselli, docente di Economia degli intermediari finanziari alla Bocconi. «Lo statuto della Bce – nota il bocconiano – consente una modifica normativa per creare un’autorità di vigilanza sovranazionale». Una soluzione proposta da più parti e già in tempi non sospetti, è la liberalizzazione del settore, già discussa all’epoca di Basilea II. Tuttavia, per Ca- selli, i contro di una simile misura superano di gran lunga i pro: «In un mercato liberalizzato per vendere il prodotto il livello dei giudizi sarebbe necessariamente più blando. Io suggerisco in primis di definire un’Authority, e progressivamente introdurre dei criteri di competitività sul mercato». Certo è che un triplice voto negativo sui propri bond, come nel caso di Grecia, Spagna e Portogallo, di fatto costringe i gestori a vendere, incrementando la volatilità del mercato. Secondo Maurizio Milano, responsabile dell’analisi tecnica di Banca Sella «spesso il mercato ha già scontato il giudizio del rating, che arriva spesso a giochi fatti. I Credit default swap (derivati che fungono da assicurazioni contro il rischio emittente, ndr) e le dinamiche di prezzi e volumi mettono quasi sempre in evidenza quale sia l’animale debole del branco, su cui poi si accanisce la speculazione, rendendo difficile valutare quanto la debolezza sia davvero giustificata e quanto indotta».

Da Il Riformista 30 aprile 2010

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Written by tony

aprile 30, 2010 a 1:04 pm

Pubblicato su ComunicAzione

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