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cronache finanziarie dal volto umano

Giulio Sapelli e il paradosso della Storia: Tremonti a lezione da Visco

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Un fenomenale osservatore dell’economia italiana. Le cose che mi ha raccontato e che, per vari motivi, non ho potuto scrivere, sono state moltissime. Una su tutte: Italia e Argentina, in termini economici, sono molto più vicine di quel che si pensi..

Stupito dall’uscita shock di Gianni Letta, che ha paragonato la situazione italiana al rischio Grecia, Giulio Sapelli, ordinario di Storia economica alla Statale di Milano, ritiene che la manovra correttiva varata dal Governo sia «insufficiente». E spiega al Riformista perché Berlusconi ha ragione, quando parla di crisi finanziaria separandola da quella dell’economia reale.

Professore, ieri l’altro, durante la presentazione della manovra correttiva, il Presidente del Consiglio ha sottolineato che la crisi dei mutui subprime, divenuta poi crisi dell’economia reale, e quella legata alla speculazione contro l’euro sono due episodi distinti. Cosa ne pensa?

I più bravi economisti, come Paul Krugman, ritengono si siano sovrapposte due crisi. La prima è finanziaria allo stato puro, causata da troppa leva finanziaria. L’ho definita «crisi da stock option»: l’irrazionale esuberanza borsistica spinta alle stelle dai manager è partita prima della seconda, quella dell’economia reale, causata dalla crisi del libor, cioè dello scambio interbancario, ha avuto degli effetti sull’economia reale per colpa del credit crunch.

Qual è dunque il senso politico della puntualizzazione di Berlusconi?

Sostanzialmente blindare la ripresa debole che comincia ad affacciarsi nell’economia reale e dare una ventata d’ottimismo per farci dimenticare la crisi finanziaria puntando i riflettori sull’economia reale. Gli oppositori sbagliano a criticare questa distinzione: in termini crociani l’attuale crisi è un’unità di distinti. C’è un lato finanziario e uno industriale, che deriva dalla sovrapproduzione e dal contestuale restringimento del mercato interno. Anche senza derivati, sovrapproduzione e sottoconsumo avrebbero ugualmente scatenato una congiuntura economica negativa. Il paragone giusto non è con il ’29, ma con il 1907, dove in un sistema di economie aperte, seppure meno ampie di oggi, le due crisi si sovrapposero e se ne uscì soltanto con la prima guerra mondiale.

Gli economisti che criticano Berlusconi su questo punto hanno dunque un termine di paragone storico differente?

Ritengo che gli economisti legati al Pd siano neoclassici e non strutturalisti, salvo un piccolo gruppo raccolto intorno a Visco. Il paradosso della storia è che, oggi, proprio Tremonti è l’unico a leggere e seguire la linea dell’ex vice di Padoa Schioppa.

Qualche giorno fa Gianni Letta, uomo solitamente prudente, ha parlato di rischio Grecia per l’Italia. Condivide questa linea?

Penso sia stato un grave errore. L’economia italiana ha un grande debito pubblico ma siamo un Paese manifatturiero con un buon risparmio delle famiglie, e debiti privati molto bassi. Se Letta voleva drammatizzare la situazione lo capisco, ma forse un’affermazione del genere avrebbe dovuto farla Berlusconi e non un civil servant.

Quali sono i punti di forza e di debolezza della manovra?

È troppo debole dal punto di vista strutturale e reticente sulla previdenza. Bisognava aumentare l’età pensionabile fino a 67 anni: senza questo non riusciremo a fare fronte alla crisi fiscale e demografica insieme. In secondo luogo destina pochi fondi agli investimenti, è una manovra di contenimento della spesa. Va nella direzione giusta sul fronte della lotta all’evasione, reinserendo la tracciabilità per importi superiori a 5mila euro. La cosa più importante è che Rete Italia, su questo punto, si è dichiarata d’accordo: hanno capito che se si combatte l’evasione fiscale ne traggono beneficio anche loro. Ancora una volta, però, il taglio della spesa pubblica è blando: meglio eliminare l’Ice piuttosto che accanirsi sugli statali.

Dunque Lei fa rientrare l’Ice, l’Istituto per il commercio estero, nel novero degli enti inutili?

Solo in Italia esiste una struttura simile, per chiudere accordi commerciali bastano le ambasciate.

Restiamo all’estero. Ritiene che il piano Ue presentato da Barnier, che prevede la tassazione delle banche dal 2011 per alimentare un fondo europeo anticrisi, sia un’ipotesi percorribile?

No, perché dal punto di vista teorico si tratta di un’introduzione di un moral hazard. Hanno ragione gli istituti inglesi: che si aumenti la tassazione sulle banche, ma senza nessun un fondo di garanzia. L’idea che ci sia un prestatore che, in ultima istanza, risollevi le sorti di uno Stato membro è molto pericolosa. Lo dico perché credo sarebbe stato meglio lasciare fallire la Grecia come voleva il ministro tedesco Wolfang Schauble, a cui la storia darà ragione.

Da Il Riformista, 28 maggio 2010

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Written by tony

maggio 29, 2010 a 4:55 pm

Pubblicato su ComunicAzione

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