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cronache finanziarie dal volto umano

Archive for the ‘ComunicAzione’ Category

Una nuova sfida per il 2011

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Coincidenze o colpi di fortuna, quasi sempre disegni chiari soltanto a posteriori. Una nuova avventura si affianca alla meravigliosa esperienza in FpS Media, in questo inizio 2011. Dal 19 gennaio, qualora lo vogliate, potrete leggermi sulle pagine de Linkiesta, neonato giornale online con una missione affascinante: dimostrare che il giornalismo d’approfondimento e d’analisi complessa, sul web, può funzionare.

Da oggi mi trovate QUI

Qualsiasi critica, osservazione, suggerimento, potete inviarlo ad antonio.vanuzzo (at) gmail.com

Enjoy!

Written by tony

gennaio 7, 2011 at 9:23 pm

Pubblicato su ComunicAzione

L’oracolo di Omaha scommette sui motori green in Cina

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«Per me è una scelta giusta». Sono bastate queste parole, pronunciate l’altroieri notte da Warren
Buffett, per risollevare le sorti borsistiche della Byd, acronimo per «Build your dreams», rampante
azienda sul futuribile mercato cinese dei motori elettrici. L’ottuagenario titolare della Berkshire
Hathaway – terzo uomo più ricco del mondo stando alla classifica di Forbes pubblicata la scorsa
settimana – si trova nel Celeste Impero per un fitto tour promozionale di tre giorni e mezzo che
prevede, tra l’altro, l’attesa cena per super ricchi organizzata con l’amico Bill Gates, che nella
suddetta classifica lo precede al secondo posto, dietro al magnate messicano Carlos Slim, per
convincere i multimilionari dagli occhi a mandorla a versare in beneficienza qualche milione dei
loro yuan.
Per il produttore di Shenzen, città industriale non troppo lontana da Hong Kong, finora il 2010 è
stato un anno piuttosto difficile, sia sul piano industriale che finanziario: vendite in calo del 25 per
cento anno su anno ad agosto scorso – da 800 a 600mila veicoli – e valore borsistico in diminuzione
del 20 per cento da inizio anno. Una crisi, come spiega a Bloomberg Tv Klaus Paur, consulente
per l’Asia di Tns Research International, «La reputazione della società è stata costruita sulla
promessa che sarebbero divenuti leader nella progettazione di motori green, obiettivo mancato per
il semplice fatto che a oggi non è possibile trovare in commercio alcun veicolo ibrido della Byd».
L’effetto della presa di posizione di Buffett è stato immediato: più 3,6 per cento in apertura di
seduta, per poi virare in rosso a meno 1,3 per cento per un valore di 59 dollari di Hong Kong, circa
5,6 euro, in un contesto comunque negativo, con l’indice Hang Seng che ha chiuso perdendo un
punto percentuale. Un’altalena che non preoccupa particolarmente l’oracolo di Omaha, che si è
detto onorato di investire in «un’azienda giovane e promettente, leader nell’innovazione e nella
tecnologia». Come dargli torto: Berkshire Hathaway entrò nel 2008 nel capitale di Byd con una
quota del 10 per cento e un investimento pari a 230 milioni di dollari. Quota che oggi ne vale 1,7
miliardi.
Se è presto per stabilire ancora una volta l’infallibilità di Buffett, una cosa è certa: per i ricercatori
di Tns, entro il 2020 la quota di mercato delle auto ibride nel gigante asiatico salirà fino al 20
per cento del totale. «Lo sviluppo di un mercato per i veicoli green si scontra con un problema
banale: in Cina mancano i garage per ricaricarne le batterie», nota Alberto Forchielli, presidente di
Osservatorio Asia, che specifica: «tecnologicamente Byd era pronta un anno fa, ma sta scontando
un ritardo nell’avvio di programmi specifici, da parte delle autorità locali, per incentivarne
l’acquisto». Lo scorso giugno, la Repubblica Popolare aveva lanciato un programma sperimentale
di sostegno in cinque città, tra cui Pechino, Shanghai e Shenzen, che prevedeva un rimborso
governativo di 442 dollari per l’acquisto di un veicolo ibrido dalla cilindrata non superiore a 1,6
cc. Secondo alcune stime del think thank ClimateAction, le autorità del Celeste Impero
spenderanno un totale di 1,8 milioni di dollari entro il 2012 in aiuti green appannaggio dei clienti,
mentre non è chiara l’entità del supporto alla rete dei rivenditori. Dal canto suo, il Dipartimento per
lo sviluppo e le riforme prevede, sempre tra due anni, che i veicoli puliti in circolazione saranno
4 milioni. «Un’altra barriera da abbattere riguarda il costo della benzina, sensibilmente inferiore
rispetto all’Italia», sostiene Forchielli, che spiega: «la storia di Byd è emblematica: prima si
occupava soltanto della produzione di batterie, successivamente è passata alla vendita di auto a
benzina, per poi svoltare verso i motori ibridi, dove, tuttavia, sconta la concorrenza internazionale
di Tesla, Nissan e Toyota, che hanno iniziato a guardare con molto interesse alla Cina». E
viceversa: dopo la recente visita asiatica del governatore della California Arnold Schwarzenegger,
Byd sarebbe pronta a esportare i propri gioielli nella West Coast.

Il Riformista 29 settembre 2010

Written by tony

settembre 29, 2010 at 12:09 pm

Fiat, spin off al via, ma la partita vera è in Usa

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Dopo un’attesa che durava dalla scorsa primavera, l’assemblea straordinaria degli azionisti Fiat,
riunita ieri al Lingotto, ha approvato la scissione tra Fiat Spa e Fiat Industrial. «Non abbiamo
paura del futuro e vogliamo costruirlo» ha dichiarato in apertura il presidente del Gruppo John
Elkann. «Oggi portiamo le lancette avanti nel tempo», ha spiegato l’ad Sergio Marchionne,
sottolineando che «di fronte alle grandi trasformazioni in atto nel mercato non possiamo permetterci
il lusso di guardare alle nostre attività riducendo la prospettiva ai confini storici o ai domicili
legali». «La sfida», ha proseguito, «richiede una soluzione strategica che abbia una portata tale da
ridefinire il panorama industriale». La sfida in questione è nota: quota 6 milioni di auto, il livello
minimo individuato da Marchionne per rimanere leader nel mercato globale. Da ieri, lo sono anche
le strategie del Lingotto per raggiungerla. Molti si attendevano una risposta dal meeting di ieri,
in Italia come negli States, su molteplici fronti caldi: l’indebitamento delle due nuove società, le
sinergie industriali con Chrysler, Fabbrica Italia e il futuro degli stabilimenti di Melfi e Pomigliano,
la scommessa sull’alta gamma con i marchi Alfa e Ferrari, la saturazione del mercato europeo e la
ripresa di quello dei veicoli agricoli e industriali. Sono stati accontentati tutti. Ecco le novità:
Debiti – L’indebitamento netto di Fiat Spa – che include Fiat Group, i marchi Ferrari, Maserati,
Magneti Marelli, Teksid, Comau e la parte «passenger and commercial vehicles» di Ftp powertrain
technologies – sarà pari a 2,662 miliardi di euro, 1,227 per Fiat Industrial, di cui faranno parte
Iveco, Cnh e la divisione «industrial and marine» di Fpt powertrain technologies. Nel complesso,
il Gruppo avrà un indebitamento netto industriale di 2,5 miliardi di euro, con liquidità pari a 10
miliardi, 3 miliardi per il ramo Industrial. Il quale sarà quotato in Piazza Affari il prossimo 3
gennaio, attraverso il collocamento di azioni ordinarie, privilegiate e di risparmio, rispecchiando
lo schema adottato finora dalla casa torinese. Completata l’operazione, a ogni azionista sarà
assegnata un’azione Industrial di pari categoria, senza versare alcun corrispettivo. Le obbligazioni
– 9 miliardi Fiat Spa, dei quali 3 in scadenza nel 2011, e 2 miliardi Fiat Industrial, derivanti da Cnh
– rimarranno in capo alle società emittenti. Ieri in Borsa il sentiment degli operatori è stato «sell
on news»: il titolo ha ceduto oltre due punti percentuali, scontando da un lato l’incertezza sulla
sostenibilità di Fiat Spa, in parte per fattori di contesto in parte per scarsi investimenti, dall’altro
sulla scia dei dati diffusi da Acea. L’associazione che riunisce i produttori europei, infatti, ha
evidenziato dati preoccupanti relativi al periodo estivo: immatricolazioni Ue a meno 18 e 12,9 per
cento anno su anno a luglio e agosto rispettivamente; Fiat sotto la media, a meno 31,1 per cento e
23,8 per cento, numeri «assolutamente prevedibili» per Marchionne. Kepler Capital, in un report,
stima un aumento delle vendite globali di Fiat intorno al 5 per cento per i prossimi due anni, e un
target price globale di 10,6 euro per azione.
Sinergie – Se la nuova divisione extra auto non avrà un amministratore delegato unico – scelto
all’interno dell’azienda – sulle quattro ruote il Lingotto punterà sull’integrazione con Chrysler,
soprattutto con Lancia nell’alta gamma, e accelerare lo sviluppo nei Bric. La liquidità in cassa sarà
sufficiente al riacquisto del 5 per cento di Ferrari da Abu Dhabi, «importante per noi tornare al
90 per cento», ha detto ieri Marchionne, non escludendo l’ipotesi Ipo. Su Chrysler, tutto procede
secondo il piano industriale: confermando l’Ipo della casa di Detroit nel 2011, il manager ha
annunciato che la quota di Fiat potrebbe salire al 25 per cento dopo il lancio della 500, per poi
arrivare al 35 entro il 2011 e al definitivo 51 per cento quando i debiti nei confronti dei Governi
americano e canadese scenderanno sotto quota 4 miliardi di dollari.
Sindacati – «Dont’believe your own press» è il Marchionne – pensiero: Fabbrica Italia «è una
scelta industriale indipendente da qualsiasi scelta politica, mentre la nuova Fiat sarà «un porto
sicuro» per i lavoratori. Intanto, la Fiat ha comunicato il ricorso ulteriore alla Cig per gli operai di
Termini Imerese dal 20 al 29 ottobre, mentre si concludeva la marcia da Melfi a Roma di Giovanni
Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, i tre operai licenziati dallo stabilimento lucano lo
scorso luglio.

Il Riformista 17 settembre 2010

Written by tony

settembre 17, 2010 at 6:51 pm

La nuova Fiat Spa si pronuncia Chrysler

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Si scrive Fiat Spa, si legge Fiat – Chrysler. Il percorso che potrebbe portare alla fusione delle due
case separate dall’Atlantico comincia oggi al Lingotto, quando, durante l’assemblea straordinaria
dei soci, Sergio Marchionne annuncerà lo spin off Fiat Industrial, divisione che raggrupperà tutte
le attività del Gruppo non strettamente legate all’auto, come veicoli industriali, macchine agricole
e componentistica, e in cui rientreranno i marchi Iveco e Cnh. Un meeting che si preannuncia
decisivo anche per chiarire l’ammontare del debito in seno alle due società, questione finita sotto la
lente della Consob, che aveva domandato maggiori informazioni sui criteri di ripartizione del rosso,
pari a 740 milioni di euro per la parte auto e 3,67 miliardi per la nuova società. Perchè la scissione
sia effettiva, in ogni caso, bisognerà attendere il gennaio 2011, quando i due titoli saranno quotati in
Piazza Affari. Secondo programma, al capitale di Fiat Industrial saranno aggiunti altri due miliardi
di euro, attraverso una riduzione del valore nominale delle azioni Fiat pari a 3,50 euro, e di un
altro miliardo e 800 milioni dalle riserve. A cui si aggiunge il finanziamento da 4 miliardi di euro
presentato lo scorso luglio, attraverso una lettera confidenziale, da un pool di banche – da Barclays
a Bnp Paribas, da Citi a Credit Agricole, da Unicredit a Intesa, passando per Societé Generale e
Rbs.
Da Torino, invece, non trapela alcuna indiscrezione sul nome dell’amministratore delegato della
nuova società: si sa soltanto che, come vuole tradizione, sarà un manager interno all’azienda.
Un’incognita che si somma alle molteplici questioni ancora sul tavolo, riassumibili in due parole:
razionalizzazione e investimenti. Sul primo punto, il più controverso, gli analisti che seguono il
titolo, contattati dal Riformista con la promessa dell’anonimato, sono concordi nel ritenere che,
qualora andasse bene l’Ipo di Chrysler, programmata da Marchionne per il 2011 – oltre che dalle
condizioni di mercato, infatti, molto dipende dal collocamento di General Motors – il merger con
Fiat Spa sarebbe cosa fatta entro l’anno prossimo. In fondo, riflette un operatore, il salvataggio di
Chrysler non è costato un euro, e l’Ipo sarebbe appannaggio della Uaw, il sindacato americano.
Un’ipotesi del genere comporterebbe l’inevitabile diluizione della quota di controllo da parte di
Exor, la holding cassaforte della famiglia Agnelli, che passerebbe dall’attuale 35 al 20 per cento.
Un accorciamento della catena societaria che avrebbe un impatto diretto sul business editoriale,
voce certamente non profittevole, ma dal peso non troppo significativo nel bilancio del Gruppo:
La Stampa e il pacchetto Rcs, a questo punto, passerebbero da Fiat Spa ad Exor. L’obiettivo
è alleggerire gli oneri di Fiat Auto, alla luce della saturazione del mercato privato europeo,
evidenziata già nella semestrale e ribadita ieri dai dati diffusi da Ihs global insight, nei primi 8
mesi dell’anno Fiat è passata dal 9 all’8 per cento delle quote di mercato europeo, mentre i numeri
del mese scorso parlano di un calo delle immatricolazioni intorno al 20 per cento sul 2009 nella
stragrande maggioranza dell’Eurozona. In questo contesto rientra la trattativa per il riacquisto del
5 per cento di Ferrari detenuto da Mubadala, fondo sovrano di Abu Dhabi, che a giudizio degli
analisti assumerà la forma di private placement. Sul valore pre – scissione, tuttavia, gli analisti sono
discordi: la forchetta sul target price va dai 9 ai 16 euro complessivi, passando per gli 11 euro di Jp
Morgan. Valutazioni che, comunque, non tengono conto di possibili upside derivanti dalle sinergie
industriali e distributive con Chrysler.
Sul secondo punto, gli investimenti, sono intervenuti ieri i segretari di Cisl e Uil dal tavolo con
Federmeccanica sulle deroghe al contratto siglato nel 2008. «Che l’azienda si stia ristrutturando
anche a livello internazionale è molto importante, ma la cartina di tornasole sta negli investimenti»
ha detto Bonanni. L’obiettivo per sopravvivere, come disse Marchionne a suo tempo, rimane quota
6 milioni di veicoli prodotti l’anno.

Il Riformista 16 settembre 2010

Written by tony

settembre 16, 2010 at 1:07 pm

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Pomigliano 1980

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Come mi ha detto qualche giorno fa Valerio Castronovo, storico di fede riformista, oggi a Pomigliano si gioca una partita simile a quella che portò a Torino alla famigerata “marcia dei 40mila”. Vedremo questa sera, se, come si è scritto da più parti in queste settimane, dal voto dei lavoratori emergerà che l’oltranzismo della Fiom sia anacronistico in un contesto dove le relazioni tra industria e tute blu sono profondamente cambiate, sopratutto per via della contrattazione di secondo livello.

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Written by tony

giugno 22, 2010 at 11:40 am

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Regioni in apnea? Tariffe in aumento

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Congelare le imposte regionali e, contemporaneamente, chiedere dei sacrifici agli Enti territoriali significa generare un aumento delle tariffe. È questa, in estrema sintesi, la visione di Alberto Zanardi, ordinario di Scienza delle finanze presso l’Università di Bologna e docente del Master in Economia e Gestione dei Servizi di pubblica utilità dell’Università Bocconi, sulla manovra di Tremonti. Il professore spiega al Riformista quali strumenti potrebbero utilizzare le Regioni per recuperare i fondi tagliati dall’ultima Manovra.

Professor Zanardi, quali sono le voci di spesa più consistenti per le Regioni, e in che percentuale incidono sui bilanci degli enti territoriali?

Essenzialmente le Regioni sono delle grandi aziende sanitarie che ricevono fondi dal bilancio statale attraverso i trasferimenti dell’ex fondo sanitario nazionale, e, integrandoli con proventi propri, li redistribuiscono alle Asl. Le quali, assorbono il 75 -80 per cento dei loro bilanci. La seconda voce sono gli interventi sul territorio, quindi gli interventi in materia di affari economici regionali su temi come agricoltura e artigianato, e a seguire trasporto locale, istruzione, e servizi sociali.

Sulla sanità  Tremonti è sembrato più  accomodante rispetto alle altre voci di spesa regionale, dichiarando che i 106 miliardi di euro destinati al comparto non verranno toccati.

Sì, non sono stati rivisti gli accordi sottoscritti recentemente sulla nuova edizione del patto per la salute. I trasferimenti che il sistema pubblico decide di destinare alla sanità sono infatti regolati da questi patti, che si sono susseguiti ogni 2 anni a partire dal 2001 – 2002: attraverso di essi si determinano le risorse tributarie che, almeno dal punto di vista figurativo, le Regioni devono destinare alla sanità. Successivamente viene stabilita la dimensione dei trasferimenti dal bilancio dello Stato alle singole regioni ad integrazione di questi fondi, per garantire le quote capitarie sanitarie medie per ogni italiano su tutto il territorio.

Quali sono gli strumenti appannaggio delle Regioni per fare fronte ad esigenze di bilancio senza poter contare sui fondi erogati dallo Stato?

In termini generali, ci sono i tributi propri a disposizione delle Regioni: lo Stato istituisce queste forme di  prelievo dando alle Regioni dei margini di manovrabilità su alcuni parametri, come le aliquote e alcuni elementi di definizione della base: l’Irap è l’esempio fondamentale. Il problema è che questi tributi «manovrabili», come l’Irap e l’addizionale regionale sull’Irpef, sono congelati. Le Regioni non possono deliberare variazioni in aumento per rispondere al taglio dei trasferimenti e bilanciare la riduzione delle risorse. L’unico tributo variabile è l’aliquota Irap, ma solo per quanto riguarda il finanziamento dei disavanzi sanitari nelle Regioni che si trovano in questa situazione. Le Regioni virtuose, soprattutto sul fronte sanitario, sono totalmente bloccate.

Insomma, è tutta una questione di aumento delle tariffe?

In un certo senso sì, anche se è difficile stabilire se crea più allarme sociale un aumento tariffario o delle imposte. È una sorta di schizofrenia: da un lato si passa a valle, verso le Regioni e i Comuni,  l’onere del finanziamento dei loro bilanci. Dall’altra, congelando i tributi, si elimina la leva con cui fare quadrare i conti. Nella commedia politica lo Stato ha paura di avere, alla fine, una sorta di saldo in cui la pressione fiscale complessiva aumenti con effetti depressivi sull’economia, ma gli enti decentrati, dal canto loro, aumentano le imposte dando la colpa allo Stato: è un gioco a chi si ritrova prima con il cerino acceso in mano.

Uno degli elementi «caldi» del dibattito è quello sui costi standard. Cosa sono?

È come un mantra: nell’ambito del dibattito politico non si è ancora sedimentato un concetto di “fabbisogni standard”. Nel dibattito politico ci sono due interpretazioni: la prima vuole che si stabiliscano costi e risorse in base a parametri nazionali. Un altro approccio è quello bottom up: fissare una serie di prestazioni fornite ai cittadini italiani in relazione ai loro bisogni, valorizzando questo pacchetto attraverso dei costi di fornitura efficienti.

Il Riformista 15 giugno 2010

Written by tony

giugno 15, 2010 at 7:09 pm

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Inedito asse Marcegaglia – Bortolussi

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Gli imprenditori che mandano avanti il Paese nel mezzo della crisi chiedono meno tasse, ma per i cittadini italiani le imposte reali sono sempre più elevate, a causa dell’economia sommersa e dell’evasione fiscale. Due visioni contrapposte solo in apparenza, quelle andate in scena nella giornata di ieri, rispettivamente a Santa Margherita Ligure e a Mestre (Ve). Il primo appello, lanciato da Emma Marcegaglia dal palco istituzionale del meeting dei giovani di Confindustria, riguarda l’apertura di un tavolo di riforma della tassazione sulle imprese «il prima possibile». Il secondo, invece, è un allarme della Cgia di Mestre, l’associazione dei piccoli imprenditori e artigiani della cittadina lagunare, guidati dal combattivo Giuseppe Bortolussi: il «nero» ha fatto lievitare la pressione fiscale reale, nel 2009, a quota 52 per cento. Ben oltre il 43 per cento calcolato dall’Istat.

Per la presidente di Confindustria, che ha parlato alla presenza in sala di Giulio Tremonti, il tema della produttività è di estrema urgenza, «perché le imprese pagano ormai un prezzo altissimo». «La riforma fiscale», ha poi specificato la Marcegaglia, «deve avere chiaro che le tasse dovranno essere abbassate a chi tiene in piedi questo Paese». L’associazione degli industriali, dalla riviera di Levante, si è quindi dichiarata pronta al confronto con le parti sociali già dai prossimi giorni, in vista di un grande patto affinché l’Italia riprenda la strada della produttività. La mossa ha trovato l’immediato sostegno di Raffaele Bonanni. Il leader della Cisl, a margine della festa nazionale del sindacato cattolico a Levico Terme (Tn), ha sottolineato che, grazie alla tracciabilità dei pagamenti ed al redditometro, due misure contenute nella manovra, «si mette un piedistallo, affinché si possa arrivare ad una riforma fiscale che noi richiediamo con forza, perché una parte di ciò che si carica solo su lavoratori e pensionati possa andare sui consumi».

Arriva dall’entroterra che guarda alla Serenissima, invece, la denuncia contro l’erario dei piccoli imprenditori e artigiani veneti: la pressione fiscale, nel 2009, è salita al 52 per cento del reddito, per colpa dell’economia sommersa. Per calcolare qual è l’effettiva dimensione del «nero» italiano – si legge nella nota diffusa dalla Cgia – i mestrini hanno stornato dal Pil nazionale il dato sul sommerso, che deve essere indicato, in base a norme Eurostat, nei documenti di contabilità pubblica. Se, dunque, la pressione fiscale è data dal rapporto entrate fiscali – Pil, basta sottrarre a quest’ultimo, pari a 1,520 miliardi di euro nel 2009,  il peso dell’economia irregolare – stimabile per la Cgia tra 231,9 miliardi e 255,9 miliardi – e inevitabilmente aumenterà la quota del proprio reddito da versare allo Stato. In altre parole, la pressione fiscale si concentrerà su un ammontare minore di quello calcolato dall’Istat.

Anche nel 2009, il tema della riforma fiscale per le imprese è stato il piatto forte del meeting dei giovani industriali. Un anno fa, sempre dalla riviera di Levante, la presidentessa degli under 40 di Conindustria, Federica Guidi, ammoniva: per tornare a crescere bisogna «rimettere le imprese in condizione di produrre ricchezza». In che modo? Attraverso «una qualificata riforma fiscale», perché «l’alta e complessa fiscalità cui gli individui e le imprese sono soggetti é un freno allo sviluppo del Paese». Semplificazione legislativa ieri, quando i Governi di tutto il mondo erano impegnati nell’opera di assorbimento dei toxic assets dal sistema bancario; abbassamento delle tasse oggi, quando le tensioni finanziarie riguardano i conti pubblici degli stessi Stati. Il focus della discussione economica, a Bruxelles, è proprio questo: come attuare misure che diano credibilità ai titoli di debito pubblico sui mercati senza reprimere la crescita, evitando il rischio di piombare nuovamente in una spirale recessiva? La lotta al sommerso e all’evasione è una risposta possibile. Lo ha sottolineato con forza Mario Draghi nelle sue «Considerazioni finali»: «Gli evasori sono i principali responsabili della macelleria sociale». Una posizione ribadita tre giorni fa da Salvatore Rossi, capo economista di Palazzo Koch, durante un’audizione in Senato: «Far sì che i progressi nel contenimento della spesa corrente e nella lotta contro l’evasione fiscale si traducano quanto prima in riduzioni delle aliquote d’imposta sul lavoro e sulle imprese è una leva importante di sviluppo».

da Il Riformista 13 giugno 2010

Written by tony

giugno 14, 2010 at 11:12 am