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cronache finanziarie dal volto umano

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Le commedie aiutano gli investimenti

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Ti piace Eddie Murphy? I tuoi investimenti sono al sicuro. Spesso il grande schermo ha rielaborato storie tratte dal mondo del business, la classica dimostrazione è il successo planetario dell’avido Gordon Gekko – Michael Douglas: l’uscita in Italia del sequel di Wall Street è ormai imminente. Molto meno battuta, invece, la correlazione inversa: il cinema ha un effetto tangibile sulle decisioni degli operatori? Oppure il buio in sala serve solo a purificarsi catarticamente da decisioni troppo avventate?

Gabriele Lepori, ricercatore originario di Busto Arsizio finito alla Copenhagen business school, dopo un dottorato all’Università del Michigan, ha provato a rispondere con un paper dal prosaico titolo: “Buon umore, attitudine al rischio e decisioni d’investimento: una dimostrazione sul campo basata sulla visione abituale di film comici in Usa”. La tesi: gli investitori utilizzano il weekend per riflettere sulle operazioni di trading più rischiose che li aspettano il lunedì successivo. Se si gusteranno una pellicola leggera, opteranno per scelte più oculate. Per dimostrarla, Lepori si è studiato tutte le uscite cinematografiche americane degli ultimi 15 anni, estrapolandone la percentuale di film divertenti e dei relativi spettatori, per poi confrontarle con i rendimenti azionari aggregati degli indici S&P 500, Dow Jones Industrial, Nyse e Nasdaq Composite, dal primo dicembre ‘94 allo scorso maggio. “I dati di laboratorio evidenziano una correlazione tra stato emozionale del soggetto e propensione al rischio”, spiega lo studioso, “ mentre la mia ricerca si basa su variabili reali, e dimostra che la visione di film comici provoca una variazione nella domanda di asset rischiosi”. “Di conseguenza”, continua Lepori, “un aumento di spettatori amanti delle commedie determina una diminuzione dei rendimenti azionari il lunedì mattina”. Attenzione, però: una notizia economica negativa appresa nel fine settimana potrebbe influenzare la scelta di un film da ridere, cambiando così la variabile di riferimento. Una distorsione eliminata attraverso un complesso calcolo econometrico.

La correlazione, tuttavia, non riguarda soltanto le commedie. Lepori cita uno studio di Alex Edmands, della Pennsylvania University, legato al rettangolo verde: se una nazionale di calcio perde, il listino principale del Paese va in rosso. Lasciando agli economisti la spiegazione del perché, lo scorso 25 giugno – giorno dopo la debacle contro la Slovacchia – il Ftse Mib abbia ceduto il 2 per cento, il suggerimento è: prima di acquistare bond irlandesi, guardatevi l’ultimo film comico.

Il Foglio 15 ottobre 2010

Written by tony

ottobre 19, 2010 at 12:24 pm

L’oracolo di Omaha scommette sui motori green in Cina

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«Per me è una scelta giusta». Sono bastate queste parole, pronunciate l’altroieri notte da Warren
Buffett, per risollevare le sorti borsistiche della Byd, acronimo per «Build your dreams», rampante
azienda sul futuribile mercato cinese dei motori elettrici. L’ottuagenario titolare della Berkshire
Hathaway – terzo uomo più ricco del mondo stando alla classifica di Forbes pubblicata la scorsa
settimana – si trova nel Celeste Impero per un fitto tour promozionale di tre giorni e mezzo che
prevede, tra l’altro, l’attesa cena per super ricchi organizzata con l’amico Bill Gates, che nella
suddetta classifica lo precede al secondo posto, dietro al magnate messicano Carlos Slim, per
convincere i multimilionari dagli occhi a mandorla a versare in beneficienza qualche milione dei
loro yuan.
Per il produttore di Shenzen, città industriale non troppo lontana da Hong Kong, finora il 2010 è
stato un anno piuttosto difficile, sia sul piano industriale che finanziario: vendite in calo del 25 per
cento anno su anno ad agosto scorso – da 800 a 600mila veicoli – e valore borsistico in diminuzione
del 20 per cento da inizio anno. Una crisi, come spiega a Bloomberg Tv Klaus Paur, consulente
per l’Asia di Tns Research International, «La reputazione della società è stata costruita sulla
promessa che sarebbero divenuti leader nella progettazione di motori green, obiettivo mancato per
il semplice fatto che a oggi non è possibile trovare in commercio alcun veicolo ibrido della Byd».
L’effetto della presa di posizione di Buffett è stato immediato: più 3,6 per cento in apertura di
seduta, per poi virare in rosso a meno 1,3 per cento per un valore di 59 dollari di Hong Kong, circa
5,6 euro, in un contesto comunque negativo, con l’indice Hang Seng che ha chiuso perdendo un
punto percentuale. Un’altalena che non preoccupa particolarmente l’oracolo di Omaha, che si è
detto onorato di investire in «un’azienda giovane e promettente, leader nell’innovazione e nella
tecnologia». Come dargli torto: Berkshire Hathaway entrò nel 2008 nel capitale di Byd con una
quota del 10 per cento e un investimento pari a 230 milioni di dollari. Quota che oggi ne vale 1,7
miliardi.
Se è presto per stabilire ancora una volta l’infallibilità di Buffett, una cosa è certa: per i ricercatori
di Tns, entro il 2020 la quota di mercato delle auto ibride nel gigante asiatico salirà fino al 20
per cento del totale. «Lo sviluppo di un mercato per i veicoli green si scontra con un problema
banale: in Cina mancano i garage per ricaricarne le batterie», nota Alberto Forchielli, presidente di
Osservatorio Asia, che specifica: «tecnologicamente Byd era pronta un anno fa, ma sta scontando
un ritardo nell’avvio di programmi specifici, da parte delle autorità locali, per incentivarne
l’acquisto». Lo scorso giugno, la Repubblica Popolare aveva lanciato un programma sperimentale
di sostegno in cinque città, tra cui Pechino, Shanghai e Shenzen, che prevedeva un rimborso
governativo di 442 dollari per l’acquisto di un veicolo ibrido dalla cilindrata non superiore a 1,6
cc. Secondo alcune stime del think thank ClimateAction, le autorità del Celeste Impero
spenderanno un totale di 1,8 milioni di dollari entro il 2012 in aiuti green appannaggio dei clienti,
mentre non è chiara l’entità del supporto alla rete dei rivenditori. Dal canto suo, il Dipartimento per
lo sviluppo e le riforme prevede, sempre tra due anni, che i veicoli puliti in circolazione saranno
4 milioni. «Un’altra barriera da abbattere riguarda il costo della benzina, sensibilmente inferiore
rispetto all’Italia», sostiene Forchielli, che spiega: «la storia di Byd è emblematica: prima si
occupava soltanto della produzione di batterie, successivamente è passata alla vendita di auto a
benzina, per poi svoltare verso i motori ibridi, dove, tuttavia, sconta la concorrenza internazionale
di Tesla, Nissan e Toyota, che hanno iniziato a guardare con molto interesse alla Cina». E
viceversa: dopo la recente visita asiatica del governatore della California Arnold Schwarzenegger,
Byd sarebbe pronta a esportare i propri gioielli nella West Coast.

Il Riformista 29 settembre 2010

Written by tony

settembre 29, 2010 at 12:09 pm

Unicredit, ecco i legami tra i candidati alla successione

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Da ieri si è aperta ufficialmente la corsa ai piani alti di Piazza Cordusio. Durante la riunione del comitato strategico permanente di Unicredit, infatti, ha preso il via la discussione più delicata degli ultimi tredici anni: la successione ad Alessandro il Grande. Al momento, non sono ancora emersi nomi certi. Tutto sembra rimandato al fatidico 30 settembre, quando il Cda della prima banca italiana si riunirà a Varsavia, lontano dagli occhi e dal cuore dell’asse Verona – Milano – Torino. Sono due i livelli su cui vertono i negoziati sul nome dell’erede di Mr Arrogance: il primo è quello politico, legato a Cesare Geronzi, «oggi è meglio che non parli» ha dichiarato ieri sibillino a margine del Cda di Generali a Venezia. Il secondo livello – la partita vera – concerne la gestione operativa: la lobby dei manager con un passato in McKinsey, società di consulenza da cui passò anche Profumo alla fine degli anni ’80 – come Roberto Nicastro, vice amministratore delegato e responsabile della divisione Retail – e l’area legata alla banca d’affari Merrill Lynch, i cui ex uomini di punta, come Sergio Ermotti ed Edoardo Spezzotti, oggi fanno parte del gotha di Unicredit. Situazione che avvalora la candidatura di Andrea Orcel, attuale numero uno di Bofa – Merrill Lynch Italia, advisor dei principali dossier scottanti dell’ex Credito italiano, dalla fusione con Capitalia all’Opa su Hvb, passando per il maxi aumenti di capitale del 2008, fino all’attuale dossier Pioneer. Orcel, 50 anni, un passato da consulente per Boston consulting group prima dell’approdo in Merrill Lynch e la promozione a capo degli investimenti per l’Europa nel 2003, viene ricordato in ambienti finanziari come il regista dell’acquisizione di Abn Amro da parte di Rbs, chiusa dopo aver battuto nientemeno che Barclays. Considerato vicino a Paolo Biasi, presidente di Cariverona – il primo socio italiano di Piazza Cordusio – nel 2007 Orcel ha gestito l’integrazione di Ras, Lloyd Adriatico e Allianz Subalpina in Allianz Spa, in seguito alla quale Biasi, già consigliere di Ras dal 2005, fece il suo ingresso nel Cda di Allianz. Il cui attuale presidente, Enrico Cucchiani – che fa parte anche del Cda di Pirelli – si è detto non interessato alla poltronissima. La rosa dei papabili comprende anche il profilo di Mario Greco, ex amministratore delegato di Ras ed Eurizon, dal 2007 a capo di Zurich Life. Cinquantun anni, Greco siede nel board di Saras, del Gruppo Espresso e dell’Università Bocconi, e fino al 2005 fece parte dei consiglieri di Ifil, l’ex cassaforte della famiglia Agnelli, oggi Exor.

Qualora dovesse scattare l’operazione nostalgia, i nomi più vicini a Geronzi, ammesso e non concesso che l’ex presidente di Mediobanca sia il grand commis nella vicenda Unicredit, rispondono ai cognomi Nagel, Auletta Armenise – quest’ultimo nome è circolato con insistenza nei corridoi di Piazza Cordusio – Costamagna e Gallia. Il primo, classe ’65, è l’attuale guida operativa di Piazzetta Cuccia, nonché vicepresidente di Generali. Una carriera tutta interna: assunto nel ’91, un anno dopo la laurea in Bocconi, Nagel scala le gerarchie fino a diventare Direttore generale nel 2003, dopo un’esperienza come consigliere nella boutique di private banking nata dalla joint venture tra Mediobanca e la Mediolanum di Doris e Berlusconi. Per risalire alle origini del rapporto tra il numero uno di Generali e il conte Giovanni Auletta Armenise, attuale presidente di Rothshild Italia ed ex amministratore delegato di Ubi Banca prima di Victor Massiah, bisogna fare un salto indietro di quindici anni, quando, nel 1995, Geronzi – allora presidente del Banco di Roma – grazie all’appoggio politico di Lamberto Dini riuscì ad avere il controllo della Banca nazionale dell’Agricoltura. Ai tempi della fusione con Capitalia, invece, risalgono i rapporti del banchiere di Marino con Claudio Costamagnam che ieri ha bollato come «infondate» le notizie di un interessamneto. Come Draghi, Costamagna viene dal club degli ex Goldman Sachs, e fu chiamato come consulente per le alleanze strategiche. Da Capitalia arriva anche Fabio Gallia, Ceo e direttore generale di Bnl – Bnp Paribas dopo un periodo da amministratore delegato di Fineco, banca della galassia Unicredit.

Volendo optare per una soluzione politica, Rampl potrebbe accontentare Tremonti nominando l’attuale direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli. Phd all’Università di Rochester, come Cucchiani, e uomo di fiducia di Ciampi, Grilli è stato consigliere di Bnl e ha lavorato per Credit Suisse First Boston. Nei giorni scorsi, si è parlato anche dell’ex titolare di via XX Settembre, Domenico Siniscalco, oggi al vertice di Morgan Stanley Italia.

L’ultimo nome che trapela da ambienti interni ad Unicredit è quello di Francesco Caio. Il vicepresidente di Nomura, ex collega di Profumo e Colao in McKinsey, recentemente ha fatto capolino in Italia come consulente per lo scorporo di Telecom, società controllata da Telco, di cui Mediobanca è azionista forte.

Il Riformista 24 settembre 2010

Written by tony

settembre 27, 2010 at 2:38 pm

Unicredit, i Merrill boys puntano alla successione

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Alessandro Profumo non era l’unico dominus di Piazza Cordusio. La gestione operativa dell’affaire libico, duramente criticata dalle Fondazioni e motivazione formale dietro la cacciata del manager, è stata soltanto la goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di perplessità legate a scelte di investimento bocciate all’esame dei mercati. Tutto iniziò con l’aggregazione della banca bavarese Hvb – e delle controllate Bank Austria e Bph, istituto polacco in seguito ceduto – che, nel 2005, diede vita al terzo polo bancario europeo e aprì le porte del salotto buono all’attuale presidente Dieter Rampl. L’operazione risultò fallimentare nel momento in cui emerse l’entità dell’esposizione di Hvb verso i mutui subprime. All’epoca del merger, Unicredit venne assistita, in qualità di advisor, da Goldman Sachs e Merrill Lynch. Un nome, quest’ultimo, che accompagna tutta la storia recente di Unicredit, e che potrebbe modellarne irreversibilmente le strategie nel prossimo futuro.

Non a caso, uno dei nomi in pole position per raccogliere il testimone di Profumo è quello di Andrea Orcel, attuale numero uno di Bank of America – Merrill Lynch ed ex consulente in Boston Consulting Group. La merchant bank americana, salvata da Bank of America sette giorni prima del fallimento di Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008, è l’ex datore di lavoro di due nomi di peso nel management di Unicredit: Sergio Ermotti e Edoardo Spezzotti. Il primo, che oggi ricopre il ruolo di vice Ceo, in meno di vent’anni ha scalato i vertici della banca americana, prima di fare il suo ingresso in Piazza Cordusio nel 2005. Il secondo, invece, che nel 2007 prese il posto di Ermotti come responsabile dell’Investment banking, ha un passato da amministratore delegato della divisione italiana di Merrill Lynch.

Prima della chiamata di Profumo, tra le altre cose, i due erano partner di NewSmith Capital, una società di consulenza fondata nel 2003 da Michael Marks, Paul Roy, Stephen Zimmerman, Check Low e Ron Carlson: tutti ex Merrill Lynch. Cinque anni più tardi, esattamente il 2 giugno del 2008, Sergio Ermotti annunciava un accordo strategico con la divisione legata alla consulenza creditizia di NewSmith, la NewSmith Financial Products, che sarebbe passata sotto il controllo dell’unità Global & Investment banking di Unicredit, in cambio di una quota del 5 per cento nel capitale di NewSmith. In seguito all’accordo, l’amministratore delegato della società londinese, il malese TJ Lim – artefice, a metà anni novanta, del successo di Merrill Lynch nel mercato dei derivati sul reddito fisso e del Forex – divenne il condirettore di Spezzotti con delega su bond e mercato valutario, raggiungendo l’amico Mike Hammond, assunto nell’estate del 2007 come direttore Capital markets, il quale, manco a dirlo, ricopriva lo stesso ruolo nella banca statunitense per l’area Europa, Africa e Medio oriente. In questi anni, Hammond ha lavorato a stretto contatto con Theodor Weimer, guida dell’unità Global investment banking ed ex consulente McKinsey, multinazionale dove Profumo mosse i primi passi a livello internazionale verso la fine degli anni ’80.

Sarà per questo che l’ormai ex Ceo, come scriveva il Sole 24 Ore a inizio 2008, ad un certo punto pensò addirittura di volgere lo sguardo oltreoceano e puntare ad un Opa su Merrill Lynch, la cui capitalizzazione, all’epoca, era pari a 29 miliardi di euro. Un’ipotesi spazzata via dal vento della crisi finanziaria.

La conquista del salotto buono della finanza italiana, da parte della merchant bank a stelle e strisce, comincia verso la fine degli anni ’90, quando, grazie alle capacità di Spezzotti e ad una campagna acquisti aggressiva a livello di management, riesce a seguire come advisor alcune delle operazioni più discusse e controverse dell’epoca: dall’emissione obbligazionaria voluta da Bassolino per la città di Napoli alle cartolarizzazioni di Cecchi Gori e della Lazio di Sergio Cragnotti, fino alle azioni privilegiate della Parmalat di Calisto Tanzi. Nel lontano 1998, il Corriere spiegava che i concorrenti adducevano le ragioni del successo dei Merrill boys alle basse commissioni applicate sui propri servizi.

Negli ultimi anni, la banca Usa ha accompagnato Piazza Cordusio negli snodi centrali della gestione Profumo, dalla fusione con Capitalia,  nell’aumento di capitale da 6,6 miliardi di euro dell’ottobre del 2008, fino all’ultimo dossier, la vendita di Pioneer, che il successore del manager genovese si ritroverà sul tavolo.

Il Riformista 23 settembre 2010

Written by tony

settembre 23, 2010 at 11:56 am

Europa lenta sulla regolamentazione dei derivati

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«Sulle nuove regole per la finanza derivata l’Europa è indietro di 8 mesi rispetto agli Usa». È
quanto sostiene Marcus Schueler, responsabile dell’area regolamentazione finanziaria di Markit
ed esperto di derivati e mercati Over the counter. Il Riformista lo ha raggiunto telefonicamente
per capire meglio quali saranno i contorni del mercato dopo l’approvazione del pacchetto Barnier.
Ritiene che le nuove regole elaborate dalla Commissione europea, sopratutto sul versante
della standardizzazione dei derivati, ridurranno l’utilizzo di questi strumenti da parte di
banche e fondi hedge?
Prima di tutto va specificato che la regolamentazione di questo comparto, in Europa, si compone
di due parti: la prima, pubblicata esattamente una settimana fa, riguarda il rischio di controparte e
i trade repositories, i centri di raccolta dati sulle transazioni. La seconda, contenuta nella direttiva
Mifid, concerne i requisiti di trasparenza per il trading di questi strumenti. Facendo un confronto
con gli Usa, il pacchetto approvato la scorsa settimana rappresenta soltanto una porzione delle
norme contenute nel Dodd-Frank act.
Quali sono i vantaggi di una standardizzazione dei derivati e della limitazione dello short
selling in alcuni casi specifici?
Facendo un passo indietro, ciò che è stato pubblicato la scorsa domenica riflette gli impegni
presi dal G20 al meeting di Pittsbourgh, soprattutto sul versante del clearing dei derivati over the
counter e dei miglioramenti nella trasparenza degli scambi. In sostanza, la creazione di stanze di
compensazione per ridurre il rischio di controparte e la registrazione degli scambi, di fatto non sono
altro che dei miglioramenti dei principi sanciti dal G20.
Quindi in realtà le nuove regole non sono tali?
Sto dicendo che dopo l’impegno assunto dal G20 è interessante notare come divergano i principi dei
regolatori americani ed europei. Nonostante ciò, tuttavia, i due Paesi hanno adottato norme similari
sullo stoccaggio delle informazioni sulle transazioni e sulle stanze di compensazione centralizzate.
La legislazione americana, oggi, è già stata approvata, mentre l’Europa sconta un ritardo di 8-10
mesi sull’iter legislativo.
Quali sono i costi di standardizzazione per gli hedge funds e gli altri attori sul mercato?
Lo scopo del legislatore europeo è rendere più sicuro il mercato over the counter, per evitare una
situazione in cui i rischi di controparte diventino sistemici, come è accaduto prima del fallimento
di Lehman Brothers. Ovviamente, avere una stanza di compensazione standardizzata implica costi
crescenti a livello di margini iniziali e di garanzie collaterali. Tuttavia, più prodotti sono tracciati,
meno rischi sistemici si avranno, e ciò sarà un bene per tutti, nonostante i margini più alti richiesti
agli attori sul mercato.
Ha senso regolamentare strumenti finanziari basati su algoritmi matematici, quando le
banche possono, teoricamente, crearne sempre di nuovi?
È una questione interessante. Fermo restando che lo scopo del regolatore non è limitare
l’innovazione finanziaria con regole troppo rigide, ci sono due modi per affrontarla: da un lato, se
un soggetto sceglie prodotti troppo complessi o non abbastanza liquidi, le garanzie richieste saranno
più elevate. In questo caso, annullare il rischio di controparte sarà dunque molto più costoso rispetto
a prodotti standard. Nel caso in cui, invece, vi sia la necessità di utilizzare derivati non standard,
come nel caso di certe tipologie di contratti che proteggano dai rischi sulle commodities, una leva
troppo elevata potrebbe creare rischi sistemici, per questo è necessario un margine di garanzia più
elevato. Dall’altro lato, si può affrontare il problema come in Usa, dove vige una regolamentazione
proibizionista, con profili di reato come l’«abusing swaps».
Qual è il peso del trading elettronico ad alta frequenza?
Negli ultimi due anni abbiamo assistito ad un cambio di paradigma radicale sul mercato azionario:
prima gli scambi elettronici nello stesso momento ma su piazze finanziarie differenti non erano
possibili. Credo che il fenomeno potrà crescere ancora, perché più transazioni si fanno, più
opportunità si creano per gli arbitraggi. Ora, il problema sui mercati Otc è proprio questo: non
esiste una piattaforma elettronica per fare trading, per questo il regolatore ha voluto fissare degli
standard. Ritengo che una piazza virtuale condivisa possa portare soltanto dei vantaggi, sviluppando
nuove tecniche di trading e dando un impulso positivo, e non distruttivo, all’high frequency trading.

Il Riformista 19 settembre 2010

Written by tony

settembre 20, 2010 at 1:18 pm

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Mps: esami d’autunno e questioni immobiliari

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Sarà un autunno chiaroscurale per il Monte dei Paschi di Siena. L’istituto di credito la cui
fondazione, si vantano nella città del Palio, precede di vent’anni la scoperta dell’America,
nonostante una semestrale positiva, dovrà chiudere le questioni aperte relative alla ristrutturazione
e al rafforzamento patrimoniale. Due questioni legate: dopo la quasi bocciatura negli stress test di
fine luglio – il Tier1, la misura data dal capitale più le riserve di bilancio al netto delle tasse al 6,2
per cento – sono cresciute d’intensità le voci di un imminente aumento di capitale, poi smentite
dai vertici della banca. Almeno in apparenza: è prevista entro l’anno la chiusura del piano di
cessione degli immobili strumentali e non strumentali posseduti da Rocca Salimbeni dal valore pari
a 2,2 miliardi di euro, 1,7 miliardi per i primi e 500 milioni per i secondi, e un guadagno stimato
intorno al mezzo miliardo di euro. Livello molto vicino ai 592 milioni di euro necessari, per Credit
Suisse, ad avere un Tier 1 oltre superare la soglia del 6 per cento. Un’operazione «in famiglia»:
gli immobili sono stati ceduti ad un consorzio di cui fanno parte il socio forte Sansedoni, il ramo
assicurativo Axa, e l’advisor Mediobanca, mediante un finanziamento cartolarizzato attualmente in
esame presso la Consob.
La plusvalenza, che a grazie al via libera di Bankitalia potrà essere contabilizzata negli attivi
dell’istituto senese, dando al Tier 1 una boccata d’ossigeno di 40 punti base. Evitando un aumento
di capitale che avrebbe diluito la quota di controllo detenuta dalla Fondazione presieduta da
Gabriello Mancini. Secondo una fonte interna, in realtà, l’istituto senese già a fine 2008 sarebbe
stato pronto alle cessioni: un ritardo dovuto alla lentezza delle authorities competenti nella disamina
del dossier.
All’inizio di questa settimana, invece, risale l’emissione di covered bond pari a un miliardo e 250
milioni di euro con scadenza a tre anni a tasso fisso garantiti dai mutui residenziali del Gruppo Mps,
nell’ambito del programma da 10 miliardi di euro annunciato lo scorso giugno, sei mesi dopo aver
fatto ricorso ai Tremonti bond per 1,9 miliardi di euro. Un collocamento anticipato, pochi giorni
dopo l’approvazione della semestrale, da una nuova emissione di passività subordinate a tasso
fisso dell’ammontare nominale di 500 milioni di euro e della durata di 10 anni, e dall’accordo tra
la controllata Mps Capital Services e Barclays sul servizio di compensazione per gli swap sui tassi
di interesse scambiati nei mercati over the counter, che ammontano ad un volume complessivo 200
miliardi di dollari nozionali.
Leggendo i conti relativi alla prima parte del 2010, approvati il 26 agosto scorso – utile netto
contabile a quota 261,2 milioni di euro e risultato operativo pari a 510 milioni e margine di
interesse a 1,8 miliardi di euro – spicca il dato sull’innalzamento del Tier 1 al 7,8 per cento (dal 7,5
dello scorso marzo), su cui ha influito, oltre che la ripresa dei mutui e assicurazioni, rispettivamente
più 73 e 53 per cento anno su anno, i 25 punti base di guadagno dalla vendita di 70 agenzie a Intesa
San Paolo e Carige.
Secondo le riflessioni di un analista di un’importante banca d’affari italiana, in un contesto
dove la redditività del capitale, nei prossimi 12 mesi, sarà intorno all’8-10 per cento, Mps
potrebbe avere dalla sua un vantaggio non indifferente: la validazione entro l’anno – gli ottimisti
dicono entro fine ottobre – da parte di Bankitalia dei nuovi modelli interni per il calcolo degli
attivi ponderati, come già successo un paio d’anni fa a Unicredit. Sul fronte della sforbiciata
ai costi amministrativi e operativi, previsti dal piano industriale, che Vigni ha stimato intorno
al 3,5 per cento, la concertazione con i sindacati è proceduta, finora, senza particolari intoppi.
Un discorso a parte merita la performance borsistica. In Piazza Affari il titolo ha perso il 27,1
per cento anno su anno – più di Unicredit, meno 19,7 per cento, Intesa San Paolo, meno 19,9 per
cento, ma meno di Ubi, che ha perso il 29 per cento – calando del 10 per cento negli ultimi sei
mesi, fino a toccare un minimo di 0,83 euro per azione lo scorso giugno, per poi risalire, con due
ricadute sotto la soglia psicologica di un euro, a inizio luglio e fine agosto, all’attuale 1,042 euro per
azione. A fine agosto, la banca d’affari Goldman Sachs ha giudicato «neutral» Rocca Salimbeni,
con target price a 1,1 euro per azione. I Cds, le assicurazioni contro il rischio emittente, sono saliti
costantemente durante l’estate, segno evidente della speculazione sul titolo. I prossimi mesi saranno
cruciali per capire se il mercato esprimerà la stessa fiducia di Vigni sulla tenuta della più antica
banca italiana.

Il Riformista 18 settembre 2010

Written by tony

settembre 18, 2010 at 1:01 pm

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Geithner guarda l’Europa, l’Europa guarda Dodd

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Domani a Washington il Senato Usa riprenderà la discussione sul testo di riforma finanziaria scritto dal senatore democrat Chris Dudd. Una proposta su cui studiosi ed esperti internazionali si dividono. Per l’editorialista di Business Week Paul Barnett, il punto chiave su cui dovrà incentrarsi la riforma sono i ratio patrimoniali. Il convitato di pietra in Campidoglio, infatti, è la questione del capitale: l’unico mezzo per garantire la solidità di un istituto di credito anche, quando, ad esempio, il valore degli asset basati su prodotti strutturati sul mercato del real estate hanno perso valore, come è successo dal 2007. Anno a partire dal quale, sottolinea Barnett citando un report di Bloomberg, le banche americane hanno recuperato 519 miliardi di dollari di riserve sotto la pressione della Fed. Ma non basta: sebbene ad un livello più basso rispetto al 2007, il mercato dei pronti contro termine americano, che fornisce alle banche la liquidità a breve termine, vale ancora 2 trilioni di dollari.

Per Donato Masciandaro, ordinario di Economia politica alla Bocconi di Milano, esistono due modi per affrontare la questione del capitale di rischio: «O un approccio proibizionistico, in cui si vietano certe attività, un po’ come avviene con la Volcker Rule, adottando un modello di “vigilanza strutturale”, oppure mediante un approccio prudenziale, in cui si cerca un coefficiente patrimoniale con meno difetti possibili».

In un’audizione alla commissione d’inchiesta sulla crisi finanziaria, lo scorso 7 aprile, l’ex governatore della Fed Alan Greenspan ha specificato che: «Gli imperativi primari da portare avanti sono l’incremento del capitale di rischio delle banche e i requisiti di liquidità e un aumento significativo dei requisiti di collaterale per i prodotti finanziari scambiati a livello globale». Maggiore capitale e liquidità, infatti, significa avere minori rischi, ma anche minori profitti per ogni dollaro investito. A ciò si aggiunge la questione della leva finanziaria. In una missiva indirizzata al parlamentare democratico Keith Ellison, vista come una rassicurazione di Geithner ai banchieri di Wall Street, il segretario al Tesoro Usa affermava di non ritenere opportuno fissare un limite numerico alla leva. Una posizione che non dovrebbe stupire. Per Masciandaro, infatti, «L’America non può permettersi di avere regole sulla leva finanziaria, perché è un Paese che vive di debito pubblico e privato». Simon Johnson, docente all’Mit di Boston, sostiene che la questione chiave sia eliminare il concetto del «too big to fail». Nel suo ultimo libro, intitolato «13 Bankers», Johnson afferma che «Se non esistessero istituzioni finanziarie troppo grandi per fallire, non ci sarebbero nemmeno aiuti impliciti che favoriscono questa o quella banca. I creditori e le controparti potrebbero fare il necessario per assicurarsi che le banche non si prendano rischi eccessivi». La soluzione proposta da Dudd, che prevede un’agenzia federale per proteggere i cittadini americani dagli abusi sul fronte dei mutui e delle commissioni occulte delle carte di credito. Risposta soltanto apparente: il nuovo organo dipenderebbe dalla Federal Reserve, accusata di essere amica delle banche dalle associazioni consumeriste americane e dai pensatori liberal.

In Italia, Basilea 3 non piace quasi a nessuno. In primis a Tremonti, che a inizio febbraio l’aveva liquidata come «la via diretta per produrre una stretta del credito», mentre nuove obiezioni sono state sollevate nei giorni scorsi da Antonio Vigni, direttore generale di Banca Mps: «Le banche italiane», ha detto, «possono e devono pretendere un trattamento che tenga conto del loro profilo di rischio e di alcune peculiarità del nostro sistema, come la fiscalità differita». «I requisiti di capitale per una banca orientata all’economia reale dovrebbero essere intesi in modo diverso da quelli di una banca commerciale che si occupa di fare trading», afferma Corrado Passera, ceo di Intesa San Paolo, al Financial Times, aggiungendo che «se i requisiti di capitale saranno troppo alti, le banche si ritroveranno a non poter produrre credito all’economia reale, dovendo ridurre i propri asset, e vista la situazione attuale, dove il tasso di crescita è il problema numero uno e quello di disoccupazione l’emergenza numero uno, dobbiamo evitare una situazione di credit crunch attraverso la regolamentazione, ma sono sicuro che ciò non accadrà».

Pubblicato su Il Riformista, 11 aprile 2010

Written by tony

aprile 11, 2010 at 10:33 pm

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