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cronache finanziarie dal volto umano

Unicredit, ecco i legami tra i candidati alla successione

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Da ieri si è aperta ufficialmente la corsa ai piani alti di Piazza Cordusio. Durante la riunione del comitato strategico permanente di Unicredit, infatti, ha preso il via la discussione più delicata degli ultimi tredici anni: la successione ad Alessandro il Grande. Al momento, non sono ancora emersi nomi certi. Tutto sembra rimandato al fatidico 30 settembre, quando il Cda della prima banca italiana si riunirà a Varsavia, lontano dagli occhi e dal cuore dell’asse Verona – Milano – Torino. Sono due i livelli su cui vertono i negoziati sul nome dell’erede di Mr Arrogance: il primo è quello politico, legato a Cesare Geronzi, «oggi è meglio che non parli» ha dichiarato ieri sibillino a margine del Cda di Generali a Venezia. Il secondo livello – la partita vera – concerne la gestione operativa: la lobby dei manager con un passato in McKinsey, società di consulenza da cui passò anche Profumo alla fine degli anni ’80 – come Roberto Nicastro, vice amministratore delegato e responsabile della divisione Retail – e l’area legata alla banca d’affari Merrill Lynch, i cui ex uomini di punta, come Sergio Ermotti ed Edoardo Spezzotti, oggi fanno parte del gotha di Unicredit. Situazione che avvalora la candidatura di Andrea Orcel, attuale numero uno di Bofa – Merrill Lynch Italia, advisor dei principali dossier scottanti dell’ex Credito italiano, dalla fusione con Capitalia all’Opa su Hvb, passando per il maxi aumenti di capitale del 2008, fino all’attuale dossier Pioneer. Orcel, 50 anni, un passato da consulente per Boston consulting group prima dell’approdo in Merrill Lynch e la promozione a capo degli investimenti per l’Europa nel 2003, viene ricordato in ambienti finanziari come il regista dell’acquisizione di Abn Amro da parte di Rbs, chiusa dopo aver battuto nientemeno che Barclays. Considerato vicino a Paolo Biasi, presidente di Cariverona – il primo socio italiano di Piazza Cordusio – nel 2007 Orcel ha gestito l’integrazione di Ras, Lloyd Adriatico e Allianz Subalpina in Allianz Spa, in seguito alla quale Biasi, già consigliere di Ras dal 2005, fece il suo ingresso nel Cda di Allianz. Il cui attuale presidente, Enrico Cucchiani – che fa parte anche del Cda di Pirelli – si è detto non interessato alla poltronissima. La rosa dei papabili comprende anche il profilo di Mario Greco, ex amministratore delegato di Ras ed Eurizon, dal 2007 a capo di Zurich Life. Cinquantun anni, Greco siede nel board di Saras, del Gruppo Espresso e dell’Università Bocconi, e fino al 2005 fece parte dei consiglieri di Ifil, l’ex cassaforte della famiglia Agnelli, oggi Exor.

Qualora dovesse scattare l’operazione nostalgia, i nomi più vicini a Geronzi, ammesso e non concesso che l’ex presidente di Mediobanca sia il grand commis nella vicenda Unicredit, rispondono ai cognomi Nagel, Auletta Armenise – quest’ultimo nome è circolato con insistenza nei corridoi di Piazza Cordusio – Costamagna e Gallia. Il primo, classe ’65, è l’attuale guida operativa di Piazzetta Cuccia, nonché vicepresidente di Generali. Una carriera tutta interna: assunto nel ’91, un anno dopo la laurea in Bocconi, Nagel scala le gerarchie fino a diventare Direttore generale nel 2003, dopo un’esperienza come consigliere nella boutique di private banking nata dalla joint venture tra Mediobanca e la Mediolanum di Doris e Berlusconi. Per risalire alle origini del rapporto tra il numero uno di Generali e il conte Giovanni Auletta Armenise, attuale presidente di Rothshild Italia ed ex amministratore delegato di Ubi Banca prima di Victor Massiah, bisogna fare un salto indietro di quindici anni, quando, nel 1995, Geronzi – allora presidente del Banco di Roma – grazie all’appoggio politico di Lamberto Dini riuscì ad avere il controllo della Banca nazionale dell’Agricoltura. Ai tempi della fusione con Capitalia, invece, risalgono i rapporti del banchiere di Marino con Claudio Costamagnam che ieri ha bollato come «infondate» le notizie di un interessamneto. Come Draghi, Costamagna viene dal club degli ex Goldman Sachs, e fu chiamato come consulente per le alleanze strategiche. Da Capitalia arriva anche Fabio Gallia, Ceo e direttore generale di Bnl – Bnp Paribas dopo un periodo da amministratore delegato di Fineco, banca della galassia Unicredit.

Volendo optare per una soluzione politica, Rampl potrebbe accontentare Tremonti nominando l’attuale direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli. Phd all’Università di Rochester, come Cucchiani, e uomo di fiducia di Ciampi, Grilli è stato consigliere di Bnl e ha lavorato per Credit Suisse First Boston. Nei giorni scorsi, si è parlato anche dell’ex titolare di via XX Settembre, Domenico Siniscalco, oggi al vertice di Morgan Stanley Italia.

L’ultimo nome che trapela da ambienti interni ad Unicredit è quello di Francesco Caio. Il vicepresidente di Nomura, ex collega di Profumo e Colao in McKinsey, recentemente ha fatto capolino in Italia come consulente per lo scorporo di Telecom, società controllata da Telco, di cui Mediobanca è azionista forte.

Il Riformista 24 settembre 2010

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settembre 27, 2010 at 2:38 pm

Unicredit, i Merrill boys puntano alla successione

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Alessandro Profumo non era l’unico dominus di Piazza Cordusio. La gestione operativa dell’affaire libico, duramente criticata dalle Fondazioni e motivazione formale dietro la cacciata del manager, è stata soltanto la goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di perplessità legate a scelte di investimento bocciate all’esame dei mercati. Tutto iniziò con l’aggregazione della banca bavarese Hvb – e delle controllate Bank Austria e Bph, istituto polacco in seguito ceduto – che, nel 2005, diede vita al terzo polo bancario europeo e aprì le porte del salotto buono all’attuale presidente Dieter Rampl. L’operazione risultò fallimentare nel momento in cui emerse l’entità dell’esposizione di Hvb verso i mutui subprime. All’epoca del merger, Unicredit venne assistita, in qualità di advisor, da Goldman Sachs e Merrill Lynch. Un nome, quest’ultimo, che accompagna tutta la storia recente di Unicredit, e che potrebbe modellarne irreversibilmente le strategie nel prossimo futuro.

Non a caso, uno dei nomi in pole position per raccogliere il testimone di Profumo è quello di Andrea Orcel, attuale numero uno di Bank of America – Merrill Lynch ed ex consulente in Boston Consulting Group. La merchant bank americana, salvata da Bank of America sette giorni prima del fallimento di Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008, è l’ex datore di lavoro di due nomi di peso nel management di Unicredit: Sergio Ermotti e Edoardo Spezzotti. Il primo, che oggi ricopre il ruolo di vice Ceo, in meno di vent’anni ha scalato i vertici della banca americana, prima di fare il suo ingresso in Piazza Cordusio nel 2005. Il secondo, invece, che nel 2007 prese il posto di Ermotti come responsabile dell’Investment banking, ha un passato da amministratore delegato della divisione italiana di Merrill Lynch.

Prima della chiamata di Profumo, tra le altre cose, i due erano partner di NewSmith Capital, una società di consulenza fondata nel 2003 da Michael Marks, Paul Roy, Stephen Zimmerman, Check Low e Ron Carlson: tutti ex Merrill Lynch. Cinque anni più tardi, esattamente il 2 giugno del 2008, Sergio Ermotti annunciava un accordo strategico con la divisione legata alla consulenza creditizia di NewSmith, la NewSmith Financial Products, che sarebbe passata sotto il controllo dell’unità Global & Investment banking di Unicredit, in cambio di una quota del 5 per cento nel capitale di NewSmith. In seguito all’accordo, l’amministratore delegato della società londinese, il malese TJ Lim – artefice, a metà anni novanta, del successo di Merrill Lynch nel mercato dei derivati sul reddito fisso e del Forex – divenne il condirettore di Spezzotti con delega su bond e mercato valutario, raggiungendo l’amico Mike Hammond, assunto nell’estate del 2007 come direttore Capital markets, il quale, manco a dirlo, ricopriva lo stesso ruolo nella banca statunitense per l’area Europa, Africa e Medio oriente. In questi anni, Hammond ha lavorato a stretto contatto con Theodor Weimer, guida dell’unità Global investment banking ed ex consulente McKinsey, multinazionale dove Profumo mosse i primi passi a livello internazionale verso la fine degli anni ’80.

Sarà per questo che l’ormai ex Ceo, come scriveva il Sole 24 Ore a inizio 2008, ad un certo punto pensò addirittura di volgere lo sguardo oltreoceano e puntare ad un Opa su Merrill Lynch, la cui capitalizzazione, all’epoca, era pari a 29 miliardi di euro. Un’ipotesi spazzata via dal vento della crisi finanziaria.

La conquista del salotto buono della finanza italiana, da parte della merchant bank a stelle e strisce, comincia verso la fine degli anni ’90, quando, grazie alle capacità di Spezzotti e ad una campagna acquisti aggressiva a livello di management, riesce a seguire come advisor alcune delle operazioni più discusse e controverse dell’epoca: dall’emissione obbligazionaria voluta da Bassolino per la città di Napoli alle cartolarizzazioni di Cecchi Gori e della Lazio di Sergio Cragnotti, fino alle azioni privilegiate della Parmalat di Calisto Tanzi. Nel lontano 1998, il Corriere spiegava che i concorrenti adducevano le ragioni del successo dei Merrill boys alle basse commissioni applicate sui propri servizi.

Negli ultimi anni, la banca Usa ha accompagnato Piazza Cordusio negli snodi centrali della gestione Profumo, dalla fusione con Capitalia,  nell’aumento di capitale da 6,6 miliardi di euro dell’ottobre del 2008, fino all’ultimo dossier, la vendita di Pioneer, che il successore del manager genovese si ritroverà sul tavolo.

Il Riformista 23 settembre 2010

Written by tony

settembre 23, 2010 at 11:56 am

Europa lenta sulla regolamentazione dei derivati

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«Sulle nuove regole per la finanza derivata l’Europa è indietro di 8 mesi rispetto agli Usa». È
quanto sostiene Marcus Schueler, responsabile dell’area regolamentazione finanziaria di Markit
ed esperto di derivati e mercati Over the counter. Il Riformista lo ha raggiunto telefonicamente
per capire meglio quali saranno i contorni del mercato dopo l’approvazione del pacchetto Barnier.
Ritiene che le nuove regole elaborate dalla Commissione europea, sopratutto sul versante
della standardizzazione dei derivati, ridurranno l’utilizzo di questi strumenti da parte di
banche e fondi hedge?
Prima di tutto va specificato che la regolamentazione di questo comparto, in Europa, si compone
di due parti: la prima, pubblicata esattamente una settimana fa, riguarda il rischio di controparte e
i trade repositories, i centri di raccolta dati sulle transazioni. La seconda, contenuta nella direttiva
Mifid, concerne i requisiti di trasparenza per il trading di questi strumenti. Facendo un confronto
con gli Usa, il pacchetto approvato la scorsa settimana rappresenta soltanto una porzione delle
norme contenute nel Dodd-Frank act.
Quali sono i vantaggi di una standardizzazione dei derivati e della limitazione dello short
selling in alcuni casi specifici?
Facendo un passo indietro, ciò che è stato pubblicato la scorsa domenica riflette gli impegni
presi dal G20 al meeting di Pittsbourgh, soprattutto sul versante del clearing dei derivati over the
counter e dei miglioramenti nella trasparenza degli scambi. In sostanza, la creazione di stanze di
compensazione per ridurre il rischio di controparte e la registrazione degli scambi, di fatto non sono
altro che dei miglioramenti dei principi sanciti dal G20.
Quindi in realtà le nuove regole non sono tali?
Sto dicendo che dopo l’impegno assunto dal G20 è interessante notare come divergano i principi dei
regolatori americani ed europei. Nonostante ciò, tuttavia, i due Paesi hanno adottato norme similari
sullo stoccaggio delle informazioni sulle transazioni e sulle stanze di compensazione centralizzate.
La legislazione americana, oggi, è già stata approvata, mentre l’Europa sconta un ritardo di 8-10
mesi sull’iter legislativo.
Quali sono i costi di standardizzazione per gli hedge funds e gli altri attori sul mercato?
Lo scopo del legislatore europeo è rendere più sicuro il mercato over the counter, per evitare una
situazione in cui i rischi di controparte diventino sistemici, come è accaduto prima del fallimento
di Lehman Brothers. Ovviamente, avere una stanza di compensazione standardizzata implica costi
crescenti a livello di margini iniziali e di garanzie collaterali. Tuttavia, più prodotti sono tracciati,
meno rischi sistemici si avranno, e ciò sarà un bene per tutti, nonostante i margini più alti richiesti
agli attori sul mercato.
Ha senso regolamentare strumenti finanziari basati su algoritmi matematici, quando le
banche possono, teoricamente, crearne sempre di nuovi?
È una questione interessante. Fermo restando che lo scopo del regolatore non è limitare
l’innovazione finanziaria con regole troppo rigide, ci sono due modi per affrontarla: da un lato, se
un soggetto sceglie prodotti troppo complessi o non abbastanza liquidi, le garanzie richieste saranno
più elevate. In questo caso, annullare il rischio di controparte sarà dunque molto più costoso rispetto
a prodotti standard. Nel caso in cui, invece, vi sia la necessità di utilizzare derivati non standard,
come nel caso di certe tipologie di contratti che proteggano dai rischi sulle commodities, una leva
troppo elevata potrebbe creare rischi sistemici, per questo è necessario un margine di garanzia più
elevato. Dall’altro lato, si può affrontare il problema come in Usa, dove vige una regolamentazione
proibizionista, con profili di reato come l’«abusing swaps».
Qual è il peso del trading elettronico ad alta frequenza?
Negli ultimi due anni abbiamo assistito ad un cambio di paradigma radicale sul mercato azionario:
prima gli scambi elettronici nello stesso momento ma su piazze finanziarie differenti non erano
possibili. Credo che il fenomeno potrà crescere ancora, perché più transazioni si fanno, più
opportunità si creano per gli arbitraggi. Ora, il problema sui mercati Otc è proprio questo: non
esiste una piattaforma elettronica per fare trading, per questo il regolatore ha voluto fissare degli
standard. Ritengo che una piazza virtuale condivisa possa portare soltanto dei vantaggi, sviluppando
nuove tecniche di trading e dando un impulso positivo, e non distruttivo, all’high frequency trading.

Il Riformista 19 settembre 2010

Written by tony

settembre 20, 2010 at 1:18 pm

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Mps: esami d’autunno e questioni immobiliari

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Sarà un autunno chiaroscurale per il Monte dei Paschi di Siena. L’istituto di credito la cui
fondazione, si vantano nella città del Palio, precede di vent’anni la scoperta dell’America,
nonostante una semestrale positiva, dovrà chiudere le questioni aperte relative alla ristrutturazione
e al rafforzamento patrimoniale. Due questioni legate: dopo la quasi bocciatura negli stress test di
fine luglio – il Tier1, la misura data dal capitale più le riserve di bilancio al netto delle tasse al 6,2
per cento – sono cresciute d’intensità le voci di un imminente aumento di capitale, poi smentite
dai vertici della banca. Almeno in apparenza: è prevista entro l’anno la chiusura del piano di
cessione degli immobili strumentali e non strumentali posseduti da Rocca Salimbeni dal valore pari
a 2,2 miliardi di euro, 1,7 miliardi per i primi e 500 milioni per i secondi, e un guadagno stimato
intorno al mezzo miliardo di euro. Livello molto vicino ai 592 milioni di euro necessari, per Credit
Suisse, ad avere un Tier 1 oltre superare la soglia del 6 per cento. Un’operazione «in famiglia»:
gli immobili sono stati ceduti ad un consorzio di cui fanno parte il socio forte Sansedoni, il ramo
assicurativo Axa, e l’advisor Mediobanca, mediante un finanziamento cartolarizzato attualmente in
esame presso la Consob.
La plusvalenza, che a grazie al via libera di Bankitalia potrà essere contabilizzata negli attivi
dell’istituto senese, dando al Tier 1 una boccata d’ossigeno di 40 punti base. Evitando un aumento
di capitale che avrebbe diluito la quota di controllo detenuta dalla Fondazione presieduta da
Gabriello Mancini. Secondo una fonte interna, in realtà, l’istituto senese già a fine 2008 sarebbe
stato pronto alle cessioni: un ritardo dovuto alla lentezza delle authorities competenti nella disamina
del dossier.
All’inizio di questa settimana, invece, risale l’emissione di covered bond pari a un miliardo e 250
milioni di euro con scadenza a tre anni a tasso fisso garantiti dai mutui residenziali del Gruppo Mps,
nell’ambito del programma da 10 miliardi di euro annunciato lo scorso giugno, sei mesi dopo aver
fatto ricorso ai Tremonti bond per 1,9 miliardi di euro. Un collocamento anticipato, pochi giorni
dopo l’approvazione della semestrale, da una nuova emissione di passività subordinate a tasso
fisso dell’ammontare nominale di 500 milioni di euro e della durata di 10 anni, e dall’accordo tra
la controllata Mps Capital Services e Barclays sul servizio di compensazione per gli swap sui tassi
di interesse scambiati nei mercati over the counter, che ammontano ad un volume complessivo 200
miliardi di dollari nozionali.
Leggendo i conti relativi alla prima parte del 2010, approvati il 26 agosto scorso – utile netto
contabile a quota 261,2 milioni di euro e risultato operativo pari a 510 milioni e margine di
interesse a 1,8 miliardi di euro – spicca il dato sull’innalzamento del Tier 1 al 7,8 per cento (dal 7,5
dello scorso marzo), su cui ha influito, oltre che la ripresa dei mutui e assicurazioni, rispettivamente
più 73 e 53 per cento anno su anno, i 25 punti base di guadagno dalla vendita di 70 agenzie a Intesa
San Paolo e Carige.
Secondo le riflessioni di un analista di un’importante banca d’affari italiana, in un contesto
dove la redditività del capitale, nei prossimi 12 mesi, sarà intorno all’8-10 per cento, Mps
potrebbe avere dalla sua un vantaggio non indifferente: la validazione entro l’anno – gli ottimisti
dicono entro fine ottobre – da parte di Bankitalia dei nuovi modelli interni per il calcolo degli
attivi ponderati, come già successo un paio d’anni fa a Unicredit. Sul fronte della sforbiciata
ai costi amministrativi e operativi, previsti dal piano industriale, che Vigni ha stimato intorno
al 3,5 per cento, la concertazione con i sindacati è proceduta, finora, senza particolari intoppi.
Un discorso a parte merita la performance borsistica. In Piazza Affari il titolo ha perso il 27,1
per cento anno su anno – più di Unicredit, meno 19,7 per cento, Intesa San Paolo, meno 19,9 per
cento, ma meno di Ubi, che ha perso il 29 per cento – calando del 10 per cento negli ultimi sei
mesi, fino a toccare un minimo di 0,83 euro per azione lo scorso giugno, per poi risalire, con due
ricadute sotto la soglia psicologica di un euro, a inizio luglio e fine agosto, all’attuale 1,042 euro per
azione. A fine agosto, la banca d’affari Goldman Sachs ha giudicato «neutral» Rocca Salimbeni,
con target price a 1,1 euro per azione. I Cds, le assicurazioni contro il rischio emittente, sono saliti
costantemente durante l’estate, segno evidente della speculazione sul titolo. I prossimi mesi saranno
cruciali per capire se il mercato esprimerà la stessa fiducia di Vigni sulla tenuta della più antica
banca italiana.

Il Riformista 18 settembre 2010

Written by tony

settembre 18, 2010 at 1:01 pm

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Fiat, spin off al via, ma la partita vera è in Usa

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Dopo un’attesa che durava dalla scorsa primavera, l’assemblea straordinaria degli azionisti Fiat,
riunita ieri al Lingotto, ha approvato la scissione tra Fiat Spa e Fiat Industrial. «Non abbiamo
paura del futuro e vogliamo costruirlo» ha dichiarato in apertura il presidente del Gruppo John
Elkann. «Oggi portiamo le lancette avanti nel tempo», ha spiegato l’ad Sergio Marchionne,
sottolineando che «di fronte alle grandi trasformazioni in atto nel mercato non possiamo permetterci
il lusso di guardare alle nostre attività riducendo la prospettiva ai confini storici o ai domicili
legali». «La sfida», ha proseguito, «richiede una soluzione strategica che abbia una portata tale da
ridefinire il panorama industriale». La sfida in questione è nota: quota 6 milioni di auto, il livello
minimo individuato da Marchionne per rimanere leader nel mercato globale. Da ieri, lo sono anche
le strategie del Lingotto per raggiungerla. Molti si attendevano una risposta dal meeting di ieri,
in Italia come negli States, su molteplici fronti caldi: l’indebitamento delle due nuove società, le
sinergie industriali con Chrysler, Fabbrica Italia e il futuro degli stabilimenti di Melfi e Pomigliano,
la scommessa sull’alta gamma con i marchi Alfa e Ferrari, la saturazione del mercato europeo e la
ripresa di quello dei veicoli agricoli e industriali. Sono stati accontentati tutti. Ecco le novità:
Debiti – L’indebitamento netto di Fiat Spa – che include Fiat Group, i marchi Ferrari, Maserati,
Magneti Marelli, Teksid, Comau e la parte «passenger and commercial vehicles» di Ftp powertrain
technologies – sarà pari a 2,662 miliardi di euro, 1,227 per Fiat Industrial, di cui faranno parte
Iveco, Cnh e la divisione «industrial and marine» di Fpt powertrain technologies. Nel complesso,
il Gruppo avrà un indebitamento netto industriale di 2,5 miliardi di euro, con liquidità pari a 10
miliardi, 3 miliardi per il ramo Industrial. Il quale sarà quotato in Piazza Affari il prossimo 3
gennaio, attraverso il collocamento di azioni ordinarie, privilegiate e di risparmio, rispecchiando
lo schema adottato finora dalla casa torinese. Completata l’operazione, a ogni azionista sarà
assegnata un’azione Industrial di pari categoria, senza versare alcun corrispettivo. Le obbligazioni
– 9 miliardi Fiat Spa, dei quali 3 in scadenza nel 2011, e 2 miliardi Fiat Industrial, derivanti da Cnh
– rimarranno in capo alle società emittenti. Ieri in Borsa il sentiment degli operatori è stato «sell
on news»: il titolo ha ceduto oltre due punti percentuali, scontando da un lato l’incertezza sulla
sostenibilità di Fiat Spa, in parte per fattori di contesto in parte per scarsi investimenti, dall’altro
sulla scia dei dati diffusi da Acea. L’associazione che riunisce i produttori europei, infatti, ha
evidenziato dati preoccupanti relativi al periodo estivo: immatricolazioni Ue a meno 18 e 12,9 per
cento anno su anno a luglio e agosto rispettivamente; Fiat sotto la media, a meno 31,1 per cento e
23,8 per cento, numeri «assolutamente prevedibili» per Marchionne. Kepler Capital, in un report,
stima un aumento delle vendite globali di Fiat intorno al 5 per cento per i prossimi due anni, e un
target price globale di 10,6 euro per azione.
Sinergie – Se la nuova divisione extra auto non avrà un amministratore delegato unico – scelto
all’interno dell’azienda – sulle quattro ruote il Lingotto punterà sull’integrazione con Chrysler,
soprattutto con Lancia nell’alta gamma, e accelerare lo sviluppo nei Bric. La liquidità in cassa sarà
sufficiente al riacquisto del 5 per cento di Ferrari da Abu Dhabi, «importante per noi tornare al
90 per cento», ha detto ieri Marchionne, non escludendo l’ipotesi Ipo. Su Chrysler, tutto procede
secondo il piano industriale: confermando l’Ipo della casa di Detroit nel 2011, il manager ha
annunciato che la quota di Fiat potrebbe salire al 25 per cento dopo il lancio della 500, per poi
arrivare al 35 entro il 2011 e al definitivo 51 per cento quando i debiti nei confronti dei Governi
americano e canadese scenderanno sotto quota 4 miliardi di dollari.
Sindacati – «Dont’believe your own press» è il Marchionne – pensiero: Fabbrica Italia «è una
scelta industriale indipendente da qualsiasi scelta politica, mentre la nuova Fiat sarà «un porto
sicuro» per i lavoratori. Intanto, la Fiat ha comunicato il ricorso ulteriore alla Cig per gli operai di
Termini Imerese dal 20 al 29 ottobre, mentre si concludeva la marcia da Melfi a Roma di Giovanni
Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, i tre operai licenziati dallo stabilimento lucano lo
scorso luglio.

Il Riformista 17 settembre 2010

Written by tony

settembre 17, 2010 at 6:51 pm

La nuova Fiat Spa si pronuncia Chrysler

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Si scrive Fiat Spa, si legge Fiat – Chrysler. Il percorso che potrebbe portare alla fusione delle due
case separate dall’Atlantico comincia oggi al Lingotto, quando, durante l’assemblea straordinaria
dei soci, Sergio Marchionne annuncerà lo spin off Fiat Industrial, divisione che raggrupperà tutte
le attività del Gruppo non strettamente legate all’auto, come veicoli industriali, macchine agricole
e componentistica, e in cui rientreranno i marchi Iveco e Cnh. Un meeting che si preannuncia
decisivo anche per chiarire l’ammontare del debito in seno alle due società, questione finita sotto la
lente della Consob, che aveva domandato maggiori informazioni sui criteri di ripartizione del rosso,
pari a 740 milioni di euro per la parte auto e 3,67 miliardi per la nuova società. Perchè la scissione
sia effettiva, in ogni caso, bisognerà attendere il gennaio 2011, quando i due titoli saranno quotati in
Piazza Affari. Secondo programma, al capitale di Fiat Industrial saranno aggiunti altri due miliardi
di euro, attraverso una riduzione del valore nominale delle azioni Fiat pari a 3,50 euro, e di un
altro miliardo e 800 milioni dalle riserve. A cui si aggiunge il finanziamento da 4 miliardi di euro
presentato lo scorso luglio, attraverso una lettera confidenziale, da un pool di banche – da Barclays
a Bnp Paribas, da Citi a Credit Agricole, da Unicredit a Intesa, passando per Societé Generale e
Rbs.
Da Torino, invece, non trapela alcuna indiscrezione sul nome dell’amministratore delegato della
nuova società: si sa soltanto che, come vuole tradizione, sarà un manager interno all’azienda.
Un’incognita che si somma alle molteplici questioni ancora sul tavolo, riassumibili in due parole:
razionalizzazione e investimenti. Sul primo punto, il più controverso, gli analisti che seguono il
titolo, contattati dal Riformista con la promessa dell’anonimato, sono concordi nel ritenere che,
qualora andasse bene l’Ipo di Chrysler, programmata da Marchionne per il 2011 – oltre che dalle
condizioni di mercato, infatti, molto dipende dal collocamento di General Motors – il merger con
Fiat Spa sarebbe cosa fatta entro l’anno prossimo. In fondo, riflette un operatore, il salvataggio di
Chrysler non è costato un euro, e l’Ipo sarebbe appannaggio della Uaw, il sindacato americano.
Un’ipotesi del genere comporterebbe l’inevitabile diluizione della quota di controllo da parte di
Exor, la holding cassaforte della famiglia Agnelli, che passerebbe dall’attuale 35 al 20 per cento.
Un accorciamento della catena societaria che avrebbe un impatto diretto sul business editoriale,
voce certamente non profittevole, ma dal peso non troppo significativo nel bilancio del Gruppo:
La Stampa e il pacchetto Rcs, a questo punto, passerebbero da Fiat Spa ad Exor. L’obiettivo
è alleggerire gli oneri di Fiat Auto, alla luce della saturazione del mercato privato europeo,
evidenziata già nella semestrale e ribadita ieri dai dati diffusi da Ihs global insight, nei primi 8
mesi dell’anno Fiat è passata dal 9 all’8 per cento delle quote di mercato europeo, mentre i numeri
del mese scorso parlano di un calo delle immatricolazioni intorno al 20 per cento sul 2009 nella
stragrande maggioranza dell’Eurozona. In questo contesto rientra la trattativa per il riacquisto del
5 per cento di Ferrari detenuto da Mubadala, fondo sovrano di Abu Dhabi, che a giudizio degli
analisti assumerà la forma di private placement. Sul valore pre – scissione, tuttavia, gli analisti sono
discordi: la forchetta sul target price va dai 9 ai 16 euro complessivi, passando per gli 11 euro di Jp
Morgan. Valutazioni che, comunque, non tengono conto di possibili upside derivanti dalle sinergie
industriali e distributive con Chrysler.
Sul secondo punto, gli investimenti, sono intervenuti ieri i segretari di Cisl e Uil dal tavolo con
Federmeccanica sulle deroghe al contratto siglato nel 2008. «Che l’azienda si stia ristrutturando
anche a livello internazionale è molto importante, ma la cartina di tornasole sta negli investimenti»
ha detto Bonanni. L’obiettivo per sopravvivere, come disse Marchionne a suo tempo, rimane quota
6 milioni di veicoli prodotti l’anno.

Il Riformista 16 settembre 2010

Written by tony

settembre 16, 2010 at 1:07 pm

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Pomigliano 1980

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Come mi ha detto qualche giorno fa Valerio Castronovo, storico di fede riformista, oggi a Pomigliano si gioca una partita simile a quella che portò a Torino alla famigerata “marcia dei 40mila”. Vedremo questa sera, se, come si è scritto da più parti in queste settimane, dal voto dei lavoratori emergerà che l’oltranzismo della Fiom sia anacronistico in un contesto dove le relazioni tra industria e tute blu sono profondamente cambiate, sopratutto per via della contrattazione di secondo livello.

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Written by tony

giugno 22, 2010 at 11:40 am

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