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Istat, una donna su due è senza lavoro

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Il tasso di disoccupazione italiano ad agosto tocca il livello minimo dal settembre 2009, ma il
quadro rimane fosco: una donna su due, e un giovane su quattro, rimangono fuori dal mercato del
lavoro. Secondo i dati rivelati ieri dall’Istat, la percentuale degli inoccupati scende dunque all’8,2
per cento, rispetto all’8,4 di giugno e luglio. Numeri al di sotto della media Ue, invariata al 10,1 per
cento. In calo anche i dati riferiti ai giovani dai 15 ai 24 anni, 25,9 per cento, contro un 26,7 per
cento registrato a luglio, mentre aumentano di poco, più 0,4 per cento su luglio 2010, le donne
inattive: 49,2 per cento.
«I dati congiunturali sull’occupazione costituiscono finalmente un inequivoco segnale positivo che
nessuna Cassandra potrà contestare» ha commentato ostentando soddisfazione in ministro del
Welfare Maurizio Sacconi in una nota, aggiungendo che: «scende significativamente il tasso di
disoccupazione senza che peggiori il tasso d’inattività. Scende altrettanto significativamente il tasso
di disoccupazione giovanile. Conferma una tendenza a crescere il tasso di occupazione». Per
Sacconi, tuttavia, guai ad abbassare la guardia, che va tenuta alta «per la protezione di coloro che
sono costretti all’inattività e soprattutto per una maggiore capacità delle Regioni di realizzare
politiche di accompagnamento al lavoro e di buona formazione».
Per i tecnici guidati da Enrico Giovannini, sebbene emerga una generale « attenuazione del
deterioramento del mercato del lavoro», la flessione è favorita dall’incremento «dell’inattività
femminile». L’occupazione femminile, dunque, cresce di 0,2 punti percentuali rispetto a luglio
2010, ma cala – sempre di 0,2 punti – se confrontata con i dati di 12 mesi fa. Sul 2010, la
contrazione risulta pari allo 0,3 per cento, ovvero è occupato il 46,1 per cento delle donne di età
compresa tra 15 e 64 anni.
Un altro dato preoccupante concerne la riduzione delle persone in cerca di lavoro, a meno 2,4 per
cento – pari a 50mila unità – rispetto a luglio, in crescita del 3,6 per cento su base annua. Di segno
contrario le stime su base congiunturale relative al gentil sesso: meno 6,7 per cento, pari a 66mila
persone che hanno abbandonato la ricerca di occupazione. In valori assoluti, se tra luglio e agosto
50mila persone sono entrate nel mondo del lavoro, nello stesso periodo 41mila persone sono andate
ad ingrossare le fila degli inattivi, cioè di chi non è occupato e non cerca nemmeno lavoro. Rispetto
a luglio, la percentuale degli uomini che si trovano in questa condizione sale dello 0,1 per cento a
quota 5.229 milioni, 0,4 per cento a 9.756 milioni le donne.
«Guardando gli altri Paesi europei», spiega Alessandro Rosina, professore associato di Demografia
all’Università Cattolica di Milano ed ex ricercatore Istat, «l’anomalia costante dell’Italia è il non
riuscire ad aumentare la partecipazione attiva dei giovani e delle donne nel mercato del lavoro».
Come mai? «Si dice sempre sia un problema strutturale», osserva Rosina, «in realtà bisogna fare
un distinguo: in termini di spesa sociale l’Italia ha tenuto il passo degli altri Paesi europei, ma
rimane più squilibrata, allocando pochissime risorse di welfare attivo per le donne e i giovani».
Nonostante l’Istat mostri un dato in diminuzione per il quarto mese consecutivo, la disoccupazione
giovanile si avvicina pericolosamente al 30 per cento, mentre sugli «scoraggiati» non esistono stime
certe. «Rientrano nel mare magnum di quelli che in gergo si definiscono neet: not in education,
employment or training», commenta il professore: «secondo i dati Istat, oltre due milioni di giovani
tra i 15 e i 34 anni non hanno ancora un’esperienza di lavoro della durata superiore a tre mesi, il
60 per cento di loro è rappresentato da donne. L’assenza di adeguati ammortizzatori sociali oltre
alla famiglia di origine, oltretutto, lascia alle aziende la possibilità di sfruttarli». Indipendentemente
dalla ricchezza del curriculum: uno studio condotto dal prof. Rosina su dati Eurostat evidenzia
come, per i giovani italiani under 30, i livelli di occupazione siano inferiori di cinque punti
percentuali rispetto alla media Ue per chi possiede un titolo di studio basso, livello che sale al 20
per cento per i laureati. Quali soluzioni? «Tanto per le politiche di conciliazione lavoro – famiglia
per le donne, quanto per favorire l’imprenditorialità dei giovani, anziché eliminarla, si sarebbe
potuto usare l’Ici per finanziare sul territorio un welfare attivo, non assistenziale».

Il Riformista 2 ottobre 2010

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Written by tony

ottobre 2, 2010 at 12:16 pm

Pubblicato su economia

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