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Credit crunch? Le Pmi aguzzano l’ingegno

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Written by tony

aprile 20, 2010 at 12:28 pm

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Meglio di The Heat: una truffa da 2 miliardi di euro

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Titoli di credito falsi per 2 miliardi di euro, prodotti in Africa e rivenduti in tutta Europa, per una frode internazionale degna del miglior thriller del celebre Michael Mann. Nella giornata di ieri le Fiamme Gialle di Roma sono entrate in possesso di nuovi elementi relativi all’inchiesta sui «bond africani»: titoli basati su obbligazioni brasiliane scadute ed inesigibili e su una serie di assegni circolari contraffatti, dal valore di 50mila euro ciascuno, emessi dalla banca inglese Hsbc. Lo stesso istituto di credito che in questi giorni si trova sotto i riflettori per la lista dei 7mila presunti evasori fiscali di nazionalità italiana di cui il tribunale di Nizza è entrato in possesso, richiesto due giorni fa dalla procura di Torino attraverso una rogatoria internazionale.

La vicenda, come spiega il Capitano del Nucleo speciale della polizia valutaria della Guardia di Finanza capitolina, Marcello Carrozzo, «nasce da un filone dell’inchiesta Miraggio», che, nel luglio del 2009, aveva portato all’arresto di 11 persone, accusate di aver costituito numerose società allo scopo di rilasciare fideiussioni per un valore totale di oltre 7 milioni di euro, senza avere i requisiti di capitale per garantire le eventuali insolvenze né tantomeno essere iscritte nel registro degli operatori autorizzati dal Testo unico bancario del 1993. In base alle intercettazioni telefoniche condotte dalle Fiamme Gialle, il capo della banda, fermato due giorni fa, avrebbe avuto contatti periodici con alcune delle persone arrestate la scorsa estate, bruscamente interrotti dopo l’azione degli inquirenti. Ieri l’altro, sono finite in manette tre persone, tra cui un commercialista, un faccendiere già noto agli inquirenti ed un cittadino di origine napoletana assunto da una presunta Ong toscana e da tempo residente in Africa. Fonti informate sui fatti raccontano che sarebbe stato proprio quest’ultimo il braccio operativo della banda, dalla cui sede, in via del Parlamento a Roma, si diramavano tentacoli in altre quattro regioni italiane: Toscana, Marche, Liguria e Campania.

Il napoletano – fermato qualche giorno fa a Fiumicino in possesso di 200milioni di euro in titoli falsi – non avrebbe legami con la criminalità organizzata. Attraverso numerosi viaggi in Togo e in Costa d’Avorio, l’uomo, pagando delle tangenti a funzionari locali, si sarebbe procurato dei falsi assegni circolari emessi dalla Hsbc, il cui numero di serie corrispondeva esattamente ad alcuni conti correnti dell’istituto britannico. I titoli, con scadenza bloccata  e riferiti, nella maggior parte dei casi, ad aziende e privati, venivano periodicamente depositati come collaterale presso banche terze a garanzia di prestiti e linee di credito erogati da queste ultime a favore di imprenditori esteri. Il cerchio si chiudeva quando gli istituti di credito chiedevano ad Hsbc una conferma della corrispondenza tra il numero dei conti correnti e il seriale degli assegni. Via libera che, nella maggioranza dei casi, il sistema informatico della banca inglese dava in automatico. Una frode a catena, dunque, che non ha risparmiato Bank of Ireland e un istituto di credito statunitense. Sia gli uffici londinesi che meneghini di Hsbc non hanno dato seguito alle richieste di chiarimenti avanzate dal Riformista, ma fonti vicine al dossier rivelano che fin da subito Hsbc ha dimostrato una piena collaborazione alle indagini, alzando il livello di attenzione sulle proprie transazioni telematiche, in base alle evidenze emerse da una truffa molto simile, messa in atto in un’importante città del Sudest asiatico.

Se i falsi assegni hanno viaggiato estero su estero, gli affari che la banda conduceva in Italia riguardavano la compravendita di bond scaduti e perciò inesigibili. Ad esempio, due tranches di obbligazioni Petrobras  rispettivamente del 1953 e 1959, acquistate da alcuni imprenditori italiani finiti sotto la lente della procura di Roma. Secondo quanto emerge dalle indagini coordinate dal pm Stefano Fava, infatti, i bond – piazzati sul mercato da una rete di trenta broker non autorizzati – sarebbero stati venduti al prezzo di 10mila euro e registrati in bilancio dagli imprenditori allo scopo di elevare il livello del loro stato patrimoniale, dopandolo  per ottenere finanziamenti pubblici. Tra i beneficiari, dicono i ben informati, vi sarebbe anche un’azienda italiana attiva nel settore delle scommesse sportive. I broker, affermano le Fiamme Gialle, avrebbero operato principalmente in Gran Bretagna, Slovenia, Spagna, Francia, Turchia e Svizzera.

Da Il Riformista 16 aprile 2010

Written by tony

aprile 16, 2010 at 12:06 pm

Popolari di nome, commerciali di fatto

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Fusioni in vista per le banche «corte». Massimo Ponzellini, presidente di Bpm, rilancia dalle pagine di Repubblica Affari & Finanza il tema degli accorpamenti tra grandi e piccole banche: «Per restare competitive», ha affermato il numero uno di Impregilo, «le piccole banche popolari potrebbero cercare di aggregarsi, e il partner ideale sarebbero le cugine maggiori». Cioè Ubi Banca, Banco popolare, Banca popolare di Milano e Unipol.

L’universo delle banche popolari, che giuridicamente si differenziano dagli altri istituti di credito –  sono società cooperative ad azionariato diffuso e voto capitario –  in realtà è variegato, e spalmato quasi omogeneamente in tutta la Penisola. Un comparto che, dopo le pessime reazioni del mercato al piano industriale di Bpm, presentato a inizio anno, e alle voci, sempre più insistenti, di un merger tra Ubi e Banco Popolare – già gravata dal crack Italease – è assurto la scorsa settimana agli onori delle cronache dopo che Veneto Banca, holding dal passato «popolare», ha acquisito la torinese Banca Intermobiliare.

Allargando lo sguardo, però, si scorgono alcuni protagonisti di territori e distretti che, sebbene marginali e spesso non quotati, chiudono l’anno sempre in nero. Qualche esempio: oltre a Veneto Banca, che evidenzia utili 2009 a più 3,9 per cento sul 2008, c’è Banca popolare di Vicenza, secondo alcuni prossima alla quotazione, Banco popolare di Sondrio, che ha chiuso il 2009 con utili strabilianti, più 400 per cento anno su anno, Banco popolare dell’Emilia Romagna, utili 2009 in calo del 18 per cento sul 2008 ma impieghi e raccolta in crescita. Difficoltà congiunturali, invece, per Banca Etruria, possibile preda di Mps, e Creval.

In pratica, uno sportello su tre è popolare. Secondo i dati 2009 dell’Associazione delle banche popolari, il 28 per cento delle agenzie bancarie appartiene a questo comparto, a cui va il 26 per cento della provvista ed il 23,8 degli impieghi sul totale del mercato italiano. Nove milioni di clienti – un milione e mezzo soci – 555 miliardi di attivi, provviste per 435 miliardi ed impieghi per 358 miliardi di euro sono gli altri dati 2009. Per quanto riguarda il primo trimestre, i dati testimoniano sul retail una crescita più sostenuta delle banche commerciali. A marzo gli impieghi sono aumentati del 5,9 per cento anno su anno, a quota 319.444 milioni di euro, mentre la raccolta ha segnato un più 10 per cento sullo stesso periodo del 2009. Insomma, il territorio sta assumendo un ruolo sempre più importante nel panorama finanziario post crisi. A dirlo è via Nazionale, che evidenzia un aumento degli impieghi – indicatore che si riferisce alla capacità di riversare risorse per finanziare attività produttive –  del 6,5 per cento negli ultimi due anni, rispetto all’1 per cento delle banche commerciali. La concentrazione sul retail, con i prestiti che incidono per il 77 per cento sull’attivo, è stato l’ombrello in grado di proteggere le popolari dalla crisi, mentre i tassi di interesse per le Pmi, i loro principali interlocutori, nel 2009 sono stati pari al 2,8 per cento, rispetto al 3 per cento delle banche commerciali. Tuttavia, specifica Bankitalia, il settore è ad altissima concentrazione: i primi cinque gruppi rappresentano il 75 per cento degli attivi. Il che, dicono da Palazzo Koch, pone la questione della governance e della vigilanza su banche ormai simili agli istituti tradizionali, anche nel profilo di rischio. Superiori invece, evidenzia via Nazionale, le sofferenze in rapporto ai prestiti, se confrontate con le banche commerciali.

Sul futuro delle popolari, in Piazza Affari, gli analisti sono concordi: sarà tutto fermo fino a quando i saggi di  Basilea avranno scritto le nuove regole della finanza. «È come giocare senza sapere le regole del gioco», è il commento di un analista di un’importante istiuto di credito. Non solo. Alcune banche, come la Popolare di Milano e il Banco Popolare, hanno coefficienti di patrimonializzazione troppo risicati per potersi permettere di sopportare un’operazione di M&A: quando si iscrive a bilancio un avviamento importante, infatti, è inevitabile che il Tier scenda.

Da Il Riformista 13 aprile 2010

Written by tony

aprile 13, 2010 at 11:01 am

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