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Intervista a Zanardi (Unibo) sul federalismo fiscale

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In soli trenta minuti di discussione, il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri il maxi provvedimento sul federalismo fiscale, che ora passa all’esame della Conferenza Stato – Regioni e delle Commissioni parlamentari. «Si tratta di un federalismo fiscale a maglie piuttosto strette», spiega Alberto Zanardi, ordinario di Scienza delle finanze presso l’Università di Bologna, che osserva: «il decreto non scioglie il dubbio se i trasferimenti alle Regioni debbano considerarsi al netto dei tagli previsti in manovra».

Ieri è stato attuato il secondo step dopo il federalismo demaniale di quest’estate, ma alla fine si pagheranno più o meno tasse?

Difficile dirlo, tendenzialmente la pressione fiscale dovrebbe rimanere identica, proprio perché nel decreto ci sono clausole di invarianza della pressione complessiva. Noto una grande attenzione a imbrigliare l’autonomia fiscale delle Regioni proprio a questo scopo. Tuttavia, a mio avviso, le briglie sono anche troppo tirate per consentire una vera autonomia fiscale che è uno degli elementi qualificanti dei sistemi federali. Garantire spazi di manovra maggiori sulle aliquote equivale a dare la possibilità di fornire più servizi e fare fronte ai disavanzi tempestivamente.

A suo giudizio, quali obiezioni muoveranno gli enti locali quando saranno chiamati alla discussione del decreto in Conferenza Stato – Regioni? Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, ieri ha chiesto chiarimenti sul rapporto tra il decreto e i tagli previsti dalla manovra.

Bisogna tenere distinti due aspetti: il primo riguarda l’organizzazione del sistema tributario per le Regioni e i trasferimenti perequativi, mentre il secondo concerne i bilanci pubblici. Mi sembra che i Governatori siano oggi preoccupati di come applicare il decreto nell’immediato, ovvero di capire se l’ammontare dei trasferimenti che vengono trasformati in imposte includeranno o no i tagli presenti in manovra. Ad esempio, nel caso dei Comuni, si prevede una fase iniziale di devoluzione di alcuni tributi, oggi statali, legati agli immobili, il cui gettito viene rigirato alle Regioni: il problema è che questi gettiti sono eccessivi rispetto ai trasferimenti che si vogliono compensare.

Il Dl prevede più Irpef appannaggio delle Regioni, meno Irap e più Iva, con una compartecipazione, su quest’ultima, che passa da un 25 per cento iniziale a una percentuale decisa dal Governo. L’Iva è un balzello più popolare di Irap e Irpef?

L’addizionale Irpef sarà composta da due parti: un’aliquota base, che obbligatoriamente verrà applicata da tutte le Regioni, e una parte variabile e manovrabile. L’aliquota base di fatto è come una compartecipazione: nella sostanza alle Regioni arrivano gli stessi soldi di prima. Al contrario, sulla parte manovrabile, lo spazio di variazione può aumentare anche in modo molto differenziato tra contribuenti regionali ricchi e poveri. In base agli scaglioni dell’Irpef statale, una Regione potrebbe fare pagare a tutti il massimo livello relativo alla parte discrezionale, un’altra scaglionare i redditi maggiormente. L’Iva, invece, è una compartecipazione a tutti gli effetti, che continua ad essere gestita dall’Erario, e poi ripartita secondo un’aliquota, in base al luogo di consumo dove avviene la cessione del bene o la cessione del servizio. L’aliquota, in questo caso, sarà determinata dai fabbisogni standard e dalle esigenze di finanziamento, allo scopo di rendere la Regione autosufficiente.

Veniamo alla sanità. Il Governo ha definito i costi standard, ma non i fabbisogni e i livelli essenziali di assistenza e prestazione.

Il decreto, in modo esogeno, definisce quanti soldi la collettività italiana può dedicare alla Sanità, compatibilmente con esigenze macrofinanziarie, c’è una presa di posizione molto chiara: l’ammontare complessivo di risorse da destinare alla Sanità è una decisione puramente finanziaria. Nella pratica, il sistema non è troppo differente rispetto al calcolo del costo sulla base delle classi di età che caratterizzano le Regioni virtuose, le quali diventeranno benchmark.

Il Riformista 8 ottobre 2010

Written by tony

ottobre 8, 2010 at 6:32 pm

Federalismo fiscale al verde

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La manovra annulla il federalismo fiscale. È quanto hanno affermato ieri con forza gli enti locali, ribadendo ancora una volta il loro no ai tagli previsti dalla finanziaria fortemente voluta da Tremonti per rassicurare i mercati sulla solvibilità dell’Italia. Il doppio appuntamento, che ha visto protagoniste le Regioni, riunite alla presenza dei ministri Tremonti, Calderoli e Fitto in via della Stamperia, e l’audizione dell’Anci, l’ente che raggruppa i Comuni italiani, di fronte alla Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale, si è concluso con una sonora bocciatura della manovra. Una giornata infuocata dalle polemiche sin dalle prime battute, quando in mattinata il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, aveva definito la manovra «irricevibile», chiedendo al Governo «modifiche sostanziali». Roberto Formigoni, presidente della Lombardia – la regione più colpita, con una sforbiciata pari a 1,33 miliardi in due anni –  ha rincarato la dose al termine dell’incontro: «Questa manovra non solo mette a repentaglio il federalismo fiscale», ha affermato, «ma, dopo l’incontro di oggi, lo spazza via dal tavolo: quindi, c’e’ una grande emergenza nazionale». Da tempo il presidente della Lombardia è preoccupato che i tagli ai ministeri riducano di molto i trasferimenti di fondi alle Regioni previsti dalla Legge Bassanini, l’anno scorso a quota  19 miliardi di euro. Di tutt’altro segno la risposta di Tremonti: «Ci sono margini per fare riduzioni fattibili e sostenibili». I bilanci delle Regioni, spiega il titolare del ministero di via Venti Settembre, che ha sottolineato l’urgenza di un «patto con le Regioni necessario per rendere applicabile la manovra», ammontano a 170 miliardi di euro, per questo il previsto taglio di 5 miliardi significa una riduzione pari al 3 per cento.

Errani, qualche settimana fa, aveva sottolineato al Riformista che «le Regioni contribuiscono per il 15 per cento alla spesa complessiva, e sono chiamate, con questa finanziaria, a contribuire al 50 per cento dei tagli». Sacrifici che, nella manovra – ha denunciato il sindaco di Torino e presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, durante l’audizione in Bicamerale – per più di due terzi sono richiesti a Regioni, Provincie e Comuni. «Credo ci siano tutti gli ingredienti per una ribellione sociale importante» ha affermato, a incontro ancora in corso, il numero uno della Puglia Nichi Vendola, denunciando, da parte del Governo, «un massacro che renderà le Regioni enti in grado di essere amministratori fallimentari delle proprie risorse».

La copertura finanziaria del federalismo è stata al centro dell’intervento di Errani in Commissione bicamerale: «Le risorse che servono a finanziare competenze regionali sulle quali si sarebbe dovuto applicare la perequazione» ha osservato il rappresentante dei presidenti di Regione, «ovvero il riequilibrio finanziario per le Regioni con il maggior prelievo fiscale, a fronte di minori trasferimenti dallo Stato, risultano sostanzialmente azzerate». D’altronde, le cifre del patto di stabilità interno parlano chiaro: tagli per 8,5 miliardi di euro alle amministrazioni ordinarie, e di un miliardo e mezzo per le cinque Regioni a statuto speciale. Di questi, si calcola, nei prossimi tre anni ci saranno 3,5 miliardi di euro complessivi in meno per il trasporto locale, e un ammanco di 1,22 miliardi di incentivi alle imprese. Due settori ad altissimo impatto sociale. Insomma, denunciano all’unisono i Governatori locali, il tempismo di Tremonti, per usare un eufemismo, non è stato ottimale. Difficile, quindi, affrontare un discorso programmatico sui costi standard. Ancor più se, dicono i Governatori, prima non vengono definiti i livelli assistenziali standard per sanità e sociale. Sul primo punto, circa 106 miliardi di euro, Tremonti ha sottolineato che l’esecutivo «non interverrà».

Da Il Riformista 11 giugno 2010

Written by tony

giugno 11, 2010 at 1:21 pm