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cronache finanziarie dal volto umano

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Il cattolicesimo in Borsa

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Written by tony

maggio 14, 2010 at 1:46 pm

Meglio di The Heat: una truffa da 2 miliardi di euro

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Titoli di credito falsi per 2 miliardi di euro, prodotti in Africa e rivenduti in tutta Europa, per una frode internazionale degna del miglior thriller del celebre Michael Mann. Nella giornata di ieri le Fiamme Gialle di Roma sono entrate in possesso di nuovi elementi relativi all’inchiesta sui «bond africani»: titoli basati su obbligazioni brasiliane scadute ed inesigibili e su una serie di assegni circolari contraffatti, dal valore di 50mila euro ciascuno, emessi dalla banca inglese Hsbc. Lo stesso istituto di credito che in questi giorni si trova sotto i riflettori per la lista dei 7mila presunti evasori fiscali di nazionalità italiana di cui il tribunale di Nizza è entrato in possesso, richiesto due giorni fa dalla procura di Torino attraverso una rogatoria internazionale.

La vicenda, come spiega il Capitano del Nucleo speciale della polizia valutaria della Guardia di Finanza capitolina, Marcello Carrozzo, «nasce da un filone dell’inchiesta Miraggio», che, nel luglio del 2009, aveva portato all’arresto di 11 persone, accusate di aver costituito numerose società allo scopo di rilasciare fideiussioni per un valore totale di oltre 7 milioni di euro, senza avere i requisiti di capitale per garantire le eventuali insolvenze né tantomeno essere iscritte nel registro degli operatori autorizzati dal Testo unico bancario del 1993. In base alle intercettazioni telefoniche condotte dalle Fiamme Gialle, il capo della banda, fermato due giorni fa, avrebbe avuto contatti periodici con alcune delle persone arrestate la scorsa estate, bruscamente interrotti dopo l’azione degli inquirenti. Ieri l’altro, sono finite in manette tre persone, tra cui un commercialista, un faccendiere già noto agli inquirenti ed un cittadino di origine napoletana assunto da una presunta Ong toscana e da tempo residente in Africa. Fonti informate sui fatti raccontano che sarebbe stato proprio quest’ultimo il braccio operativo della banda, dalla cui sede, in via del Parlamento a Roma, si diramavano tentacoli in altre quattro regioni italiane: Toscana, Marche, Liguria e Campania.

Il napoletano – fermato qualche giorno fa a Fiumicino in possesso di 200milioni di euro in titoli falsi – non avrebbe legami con la criminalità organizzata. Attraverso numerosi viaggi in Togo e in Costa d’Avorio, l’uomo, pagando delle tangenti a funzionari locali, si sarebbe procurato dei falsi assegni circolari emessi dalla Hsbc, il cui numero di serie corrispondeva esattamente ad alcuni conti correnti dell’istituto britannico. I titoli, con scadenza bloccata  e riferiti, nella maggior parte dei casi, ad aziende e privati, venivano periodicamente depositati come collaterale presso banche terze a garanzia di prestiti e linee di credito erogati da queste ultime a favore di imprenditori esteri. Il cerchio si chiudeva quando gli istituti di credito chiedevano ad Hsbc una conferma della corrispondenza tra il numero dei conti correnti e il seriale degli assegni. Via libera che, nella maggioranza dei casi, il sistema informatico della banca inglese dava in automatico. Una frode a catena, dunque, che non ha risparmiato Bank of Ireland e un istituto di credito statunitense. Sia gli uffici londinesi che meneghini di Hsbc non hanno dato seguito alle richieste di chiarimenti avanzate dal Riformista, ma fonti vicine al dossier rivelano che fin da subito Hsbc ha dimostrato una piena collaborazione alle indagini, alzando il livello di attenzione sulle proprie transazioni telematiche, in base alle evidenze emerse da una truffa molto simile, messa in atto in un’importante città del Sudest asiatico.

Se i falsi assegni hanno viaggiato estero su estero, gli affari che la banda conduceva in Italia riguardavano la compravendita di bond scaduti e perciò inesigibili. Ad esempio, due tranches di obbligazioni Petrobras  rispettivamente del 1953 e 1959, acquistate da alcuni imprenditori italiani finiti sotto la lente della procura di Roma. Secondo quanto emerge dalle indagini coordinate dal pm Stefano Fava, infatti, i bond – piazzati sul mercato da una rete di trenta broker non autorizzati – sarebbero stati venduti al prezzo di 10mila euro e registrati in bilancio dagli imprenditori allo scopo di elevare il livello del loro stato patrimoniale, dopandolo  per ottenere finanziamenti pubblici. Tra i beneficiari, dicono i ben informati, vi sarebbe anche un’azienda italiana attiva nel settore delle scommesse sportive. I broker, affermano le Fiamme Gialle, avrebbero operato principalmente in Gran Bretagna, Slovenia, Spagna, Francia, Turchia e Svizzera.

Da Il Riformista 16 aprile 2010

Written by tony

aprile 16, 2010 at 12:06 pm

Torinesi nella lista Falciani?

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Nel dossier Falciani, l’ex dipendente della filiale svizzera della banca britannica Hsbc, in possesso di una lista di presunti evasori fiscali finita in mano alla procura di Nizza, ci sarebbero i nomi di diversi cittadini torinesi. Per questo motivo, secondo quanto affermato da fonti raccolte dall’agenzia Ansa, la procura del capoluogo piemontese avrebbe richiesto al tribunale della città transalpina, attraverso una rogatoria internazionale, la trasmissione delle informazioni relative ai conti bancari di 7mila cittadini italiani residenti in Svizzera. Da Giancarlo Caselli, procuratore capo di Torino che si sta occupando della vicenda, arriva un secco no comment, ma un fascicolo è già stato aperto, e, secondo indiscrezioni, gli accertamenti delle autorità italiane potrebbero cominciare già tra una quindicina di giorni, non prima dell’ok del ministro delle finanze francese e delle procedure tecniche necessarie alla trasferimento del documento. Nella mattinata di ieri il procuratore capo di Nizza, Eric de Montgolfier, ha confermato la richiesta della procura torinese, mentre a Roma il titolare dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera, ha dichiarato di essere in attesa dei risultati delle indagini per capire «come procedere per il recupero delle somme», qualora dovessero essere frutto di evasione fiscale. Con le nuove norme, ha ricordato Befera ai microfoni del Tg2, toccherà al contribuente dimostrare che i capitali detenuti all’estero non siano frutto di evasione.

Al di là delle Alpi, la vicenda ha scatenato un incidente diplomatico: Berna, che ritiene «illegale» la documentazione di Falciani, in quanto frutto di un furto, avrebbe protestato contro l’utilizzazione della lista da parte dei magistrati transalpini, congelando un progetto di cooperazione fiscale che prevedeva la sospensione della doppia imposizione con la Francia. La quale, come risposta, propose di inserire la confederazione elvetica nella lista nera dei paradisi fiscali non cooperativi. Una decisione in seguito rientrata, grazie all’intervento del ministro del bilancio Erico Woerth, il quale chiese al Senato di non portare avanti la misura.

Contenzioso appianato, dunque, ma l’accusa di Berna rimane: la Francia avrebbe pagato Hervè Falciani – fermato a Mentone l’anno scorso – per avere l’elenco, che comprende 127mila conti correnti attribuibili a cittadini di 18 Paesi. Un metodo sdoganato dall’Ocse, la cui sede si trova proprio nella capitale francese, il quale, dallo scorso 19 gennaio, ha consentito agli Stati di ricorrere anche a questo metodo per colpire gli evasori.  «Quello su cui non possiamo soprassedere sono i contribuenti che non rispettano i loro doveri», aveva affermato senza mezzi termini Jeffrey Owens, numero uno della divisione fiscale dell’ente internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico. Per la maggioranza degli ordinamenti europei, tuttavia, in un simile modo di procedere sono riscontrabili gli estremi del reato di ricettazione. Per questo, nel pomeriggio di ieri, il Principato del Liechtenstein ha bloccato una richiesta di informazioni su presunti evasori fiscali proveniente dalla Germania, Paese in cui alle autorità fiscali è consentito pagare per ottenere informazioni di questo genere.

Nel caso di Hervè Falciani, ex informatico autodichiaratosi censore di frodatori ed evasori, giunto all’Ile de France dopo varie peripezie dentro e fuori dall’Europa ed altrettanti tentativi, tutti andati a vuoto, di monetizzare la lista rubata, l’Italia si ritroverebbe a trarre i benefici di un «investimento» francese, qualora le accuse elvetiche trovassero conferma. In questo senso, ha spiegato ieri a Radio 24 il direttore centrale dell’accertamento dell’Agenzia delle Entrate, Luigi Magistro, «Solo se le informazioni sono state acquisite secondo criteri legali, i dati potranno trasformarsi direttamente in accertamento, altrimenti saranno utilizzati come spunto per trovare prove di evasione». «Per utilizzarle ai fini fiscali», ha specificato Magistro, «le informazioni devono pervenire secondo le regole dello scambio di informazione internazionale, perché l’acquisizione sia legittima da un punto di vista amministrativo fiscale». Dal canto suo, il numero uno del Tribunale di Nizza, è sembrato piuttosto collaborativo e disponibile nei confronti dei magistrati piemontesi, che stanno lavorando alacremente nel riserbo più assoluto.

Per i presunti evasori italiani, tuttavia, una cosa è certa: o hanno scudato i propri capitali, o se la vedranno brutta. Da oggi, infatti, non è più possibile rimpatriare e regolarizzare attività fiscali e patrimoniali detenute all’estero. Il termine ultimo della proroga dello Scudo Fiscale, deciso in base ad un emendamento alla Finanziaria che risale alla scorsa estate, scatta il 15 aprile.

Da Il Riformista 15 aprile 2010

Written by tony

aprile 15, 2010 at 11:19 am