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Regioni in apnea? Tariffe in aumento

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Congelare le imposte regionali e, contemporaneamente, chiedere dei sacrifici agli Enti territoriali significa generare un aumento delle tariffe. È questa, in estrema sintesi, la visione di Alberto Zanardi, ordinario di Scienza delle finanze presso l’Università di Bologna e docente del Master in Economia e Gestione dei Servizi di pubblica utilità dell’Università Bocconi, sulla manovra di Tremonti. Il professore spiega al Riformista quali strumenti potrebbero utilizzare le Regioni per recuperare i fondi tagliati dall’ultima Manovra.

Professor Zanardi, quali sono le voci di spesa più consistenti per le Regioni, e in che percentuale incidono sui bilanci degli enti territoriali?

Essenzialmente le Regioni sono delle grandi aziende sanitarie che ricevono fondi dal bilancio statale attraverso i trasferimenti dell’ex fondo sanitario nazionale, e, integrandoli con proventi propri, li redistribuiscono alle Asl. Le quali, assorbono il 75 -80 per cento dei loro bilanci. La seconda voce sono gli interventi sul territorio, quindi gli interventi in materia di affari economici regionali su temi come agricoltura e artigianato, e a seguire trasporto locale, istruzione, e servizi sociali.

Sulla sanità  Tremonti è sembrato più  accomodante rispetto alle altre voci di spesa regionale, dichiarando che i 106 miliardi di euro destinati al comparto non verranno toccati.

Sì, non sono stati rivisti gli accordi sottoscritti recentemente sulla nuova edizione del patto per la salute. I trasferimenti che il sistema pubblico decide di destinare alla sanità sono infatti regolati da questi patti, che si sono susseguiti ogni 2 anni a partire dal 2001 – 2002: attraverso di essi si determinano le risorse tributarie che, almeno dal punto di vista figurativo, le Regioni devono destinare alla sanità. Successivamente viene stabilita la dimensione dei trasferimenti dal bilancio dello Stato alle singole regioni ad integrazione di questi fondi, per garantire le quote capitarie sanitarie medie per ogni italiano su tutto il territorio.

Quali sono gli strumenti appannaggio delle Regioni per fare fronte ad esigenze di bilancio senza poter contare sui fondi erogati dallo Stato?

In termini generali, ci sono i tributi propri a disposizione delle Regioni: lo Stato istituisce queste forme di  prelievo dando alle Regioni dei margini di manovrabilità su alcuni parametri, come le aliquote e alcuni elementi di definizione della base: l’Irap è l’esempio fondamentale. Il problema è che questi tributi «manovrabili», come l’Irap e l’addizionale regionale sull’Irpef, sono congelati. Le Regioni non possono deliberare variazioni in aumento per rispondere al taglio dei trasferimenti e bilanciare la riduzione delle risorse. L’unico tributo variabile è l’aliquota Irap, ma solo per quanto riguarda il finanziamento dei disavanzi sanitari nelle Regioni che si trovano in questa situazione. Le Regioni virtuose, soprattutto sul fronte sanitario, sono totalmente bloccate.

Insomma, è tutta una questione di aumento delle tariffe?

In un certo senso sì, anche se è difficile stabilire se crea più allarme sociale un aumento tariffario o delle imposte. È una sorta di schizofrenia: da un lato si passa a valle, verso le Regioni e i Comuni,  l’onere del finanziamento dei loro bilanci. Dall’altra, congelando i tributi, si elimina la leva con cui fare quadrare i conti. Nella commedia politica lo Stato ha paura di avere, alla fine, una sorta di saldo in cui la pressione fiscale complessiva aumenti con effetti depressivi sull’economia, ma gli enti decentrati, dal canto loro, aumentano le imposte dando la colpa allo Stato: è un gioco a chi si ritrova prima con il cerino acceso in mano.

Uno degli elementi «caldi» del dibattito è quello sui costi standard. Cosa sono?

È come un mantra: nell’ambito del dibattito politico non si è ancora sedimentato un concetto di “fabbisogni standard”. Nel dibattito politico ci sono due interpretazioni: la prima vuole che si stabiliscano costi e risorse in base a parametri nazionali. Un altro approccio è quello bottom up: fissare una serie di prestazioni fornite ai cittadini italiani in relazione ai loro bisogni, valorizzando questo pacchetto attraverso dei costi di fornitura efficienti.

Il Riformista 15 giugno 2010

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Written by tony

giugno 15, 2010 at 7:09 pm

Pubblicato su ComunicAzione

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Federalismo fiscale al verde

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La manovra annulla il federalismo fiscale. È quanto hanno affermato ieri con forza gli enti locali, ribadendo ancora una volta il loro no ai tagli previsti dalla finanziaria fortemente voluta da Tremonti per rassicurare i mercati sulla solvibilità dell’Italia. Il doppio appuntamento, che ha visto protagoniste le Regioni, riunite alla presenza dei ministri Tremonti, Calderoli e Fitto in via della Stamperia, e l’audizione dell’Anci, l’ente che raggruppa i Comuni italiani, di fronte alla Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale, si è concluso con una sonora bocciatura della manovra. Una giornata infuocata dalle polemiche sin dalle prime battute, quando in mattinata il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, aveva definito la manovra «irricevibile», chiedendo al Governo «modifiche sostanziali». Roberto Formigoni, presidente della Lombardia – la regione più colpita, con una sforbiciata pari a 1,33 miliardi in due anni –  ha rincarato la dose al termine dell’incontro: «Questa manovra non solo mette a repentaglio il federalismo fiscale», ha affermato, «ma, dopo l’incontro di oggi, lo spazza via dal tavolo: quindi, c’e’ una grande emergenza nazionale». Da tempo il presidente della Lombardia è preoccupato che i tagli ai ministeri riducano di molto i trasferimenti di fondi alle Regioni previsti dalla Legge Bassanini, l’anno scorso a quota  19 miliardi di euro. Di tutt’altro segno la risposta di Tremonti: «Ci sono margini per fare riduzioni fattibili e sostenibili». I bilanci delle Regioni, spiega il titolare del ministero di via Venti Settembre, che ha sottolineato l’urgenza di un «patto con le Regioni necessario per rendere applicabile la manovra», ammontano a 170 miliardi di euro, per questo il previsto taglio di 5 miliardi significa una riduzione pari al 3 per cento.

Errani, qualche settimana fa, aveva sottolineato al Riformista che «le Regioni contribuiscono per il 15 per cento alla spesa complessiva, e sono chiamate, con questa finanziaria, a contribuire al 50 per cento dei tagli». Sacrifici che, nella manovra – ha denunciato il sindaco di Torino e presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, durante l’audizione in Bicamerale – per più di due terzi sono richiesti a Regioni, Provincie e Comuni. «Credo ci siano tutti gli ingredienti per una ribellione sociale importante» ha affermato, a incontro ancora in corso, il numero uno della Puglia Nichi Vendola, denunciando, da parte del Governo, «un massacro che renderà le Regioni enti in grado di essere amministratori fallimentari delle proprie risorse».

La copertura finanziaria del federalismo è stata al centro dell’intervento di Errani in Commissione bicamerale: «Le risorse che servono a finanziare competenze regionali sulle quali si sarebbe dovuto applicare la perequazione» ha osservato il rappresentante dei presidenti di Regione, «ovvero il riequilibrio finanziario per le Regioni con il maggior prelievo fiscale, a fronte di minori trasferimenti dallo Stato, risultano sostanzialmente azzerate». D’altronde, le cifre del patto di stabilità interno parlano chiaro: tagli per 8,5 miliardi di euro alle amministrazioni ordinarie, e di un miliardo e mezzo per le cinque Regioni a statuto speciale. Di questi, si calcola, nei prossimi tre anni ci saranno 3,5 miliardi di euro complessivi in meno per il trasporto locale, e un ammanco di 1,22 miliardi di incentivi alle imprese. Due settori ad altissimo impatto sociale. Insomma, denunciano all’unisono i Governatori locali, il tempismo di Tremonti, per usare un eufemismo, non è stato ottimale. Difficile, quindi, affrontare un discorso programmatico sui costi standard. Ancor più se, dicono i Governatori, prima non vengono definiti i livelli assistenziali standard per sanità e sociale. Sul primo punto, circa 106 miliardi di euro, Tremonti ha sottolineato che l’esecutivo «non interverrà».

Da Il Riformista 11 giugno 2010

Written by tony

giugno 11, 2010 at 1:21 pm