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Authorities Vs agenzie di rating

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Una giornata difficilissima, fatta di guasti tecnici, inchieste delle autorità di vigilanza e altri ribassi. Un po’ dei pasticci di questi due giorni dipende per noi da un semplice dilemma: Italia a rischio contagio, o forse no, uno scherzo da 20 miliardi di euro. L’agenzia di rating Moody’s in 24 ore ha cambiato completamente idea sull’economia nazionale, prima gettando nel panico Piazza Affari, che due giorni fa, trascinata nell’abisso dal comparto bancario, ha ceduto oltre il 4 per cento. Poi, alle 9.35 di ieri, mattina, Moody’s ha affermato che «L’Italia non è tra i paesi più a rischio fra quelli colpiti dalla crisi», come si legge nel comunicato, in quanto non è stata «in prima linea durante la crisi finanziaria globale» e non lo è neanche ora che «la crisi finanziaria si trasforma in crisi del debito pubblico». Rassicurazioni che non sono bastate: il Ftse Mib ha chiuso con un tonfo a quota meno 3,27 per cento.
Dopo due giorni di ribassi significativi sui listini europei, ieri è stato il giorno della discesa in campo delle authorities di vigilanza. Oltre oceano, alle due di notte di giovedì, ora italiana, la Sec – la Consob statunitense – ha aperto un’indagine sull’«insolita attività di trading» che ha affossato Wall Street, con perdite che hanno sfiorato il 10 per cento. Poco prima della riunione dei ministri dell’Eurozona, prevista per le 19 di ieri a Bruxelles, sia Jean-Pierre Jouyet, presidente dell’Amf, il regolatore fi- nanziario francese, che la Consob, hanno affermato di aver avviato delle indagini per capire le ragioni dei ribassi sui listini europei, mentre il premier spagnolo Zapatero ha dichiarato senza mezzi termini «guerra agli speculatori». Qualcuno si è spinto oltre: il quotidiano milanese MF – Milano Finanza ha annunciato in prima pagina l’avvio di una class action nei confronti di Moody’s, a cui viene contestato il reato di aggiotaggio, ovvero diffusione di notizie false a mercati aperti per influenzarne l’andamento.
Enron, Parmalat, Cirio, Lehman. I casi in cui le agenzie di valutazione del debito sono finite sotto accusa sono moltissimi, ma critiche come quella di Romano Prodi al Collegio Carlo Alberto di Torino: «Moody’s aveva anche detto che Lehman Brothers meritava dieci e lode», lascia aperta una questione: perché il mercato si fida dei loro giudizi, e come vengono formulati? «Per quanto riguarda il rischio degli Stati sovrani», spiega Giuliano Iannotta, visiting professor alla Bocconi di Milano e autore di diverse pubblicazioni in materia di rating, «si guarda ai fondamentali, come il deficit, il debito pubblico, la politica economica, etc., ma è impossibile ricostruire il criterio su cui si basa il voto». Possibile, invece, attraverso complesse tecniche econometriche, capire se i giudizi delle tre sorelle – Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch – siano allineati. Una cosa è certa: i mercati come si è visto nei giorni scorsi, si fida di loro. Osserva Iannotta: «Il dato empirico che dimostra questa fiducia è rappresentato dall’interesse sullo strumento di debito. Per esempio, se un bond è al 10 per cento, il 9 per cento deriva dal giudizio delle agenzie di rating».
Ciò che dà adito a tesi complottistiche, nelle sale di trading italiane, è l’azionariato di queste società. Moody’s, che in Ita- lia è attiva dal 1986, è controllata quasi al 13 per cento dalla Berkshire Hathaway del guru Warren Buffet, ma tra gli azionisti forti figurano il fondo statunitense Capital World e le banche d’affari Morgan Stanley e Blackrock – che possiede il 3 per cento di Intesa San Paolo, tra i titoli più colpiti ieri l’altro. Standard & Poor’s appartiene alla società canadese McGraw Hill, fondata a fine ‘800, e cura il più importante listino americano, l’S&P 500, e l’italiano S&P Mib, ex paniere delle blue chip nazionali poi sostituito dal Ftse Mib all’epoca della fusione con Londra. Tra i soci forti di McGraw, troviamo nuovamente Capital World, Morgan Stanley, Blackrock e altri tre azionisti in comune con Moody’s: i fondi Fidelity Management, Vanguard Group e Capital Research. Fitch è invece controllata al 72 per cento circa dal gruppo transalpino Fimalac, con sede a Parigi e attivo anche nel mercato immobiliare. «Dal punto di vista accademico nella letteratura non è mai emerso uno studio che affermasse la sussistenza di pressioni degli azionisti delle società di rating, per incidere su posizioni speculative al rialzo o al ribasso», afferma Iannotta. Il tonfo delle banche quotate a Piazza Affari, dunque, è totalmente ascrivibile all’effetto contagio sul sistema creditizio nazionale, per via della loro esposizione sui bond non soltanto Greci? Per un analista di un’importante Sgr il rialzo del mercato italiano, durante l’anno scorso, è stato drogato da operazioni speculative, ed ora è cascato il palco.
Tuttavia, rimangono forti sospetti sul «timing» del downgrade dei bond ellenici da parte di Moody’s, documento uscito prima che Fmi, Ue e Bce siglassero il piano di salvataggio. Altri sospetti arrivano dalla pratica dell’High frequency trading, già sotto accusa, anche in Italia, perché permetterebbe alle banche di garantire guadagni solo ad una parte della propria clientela. Si tratta dell’esecuzione, in automatico, di milioni di ordini in simultanea su diversi mercati, che avvengono su circuiti di negoziazione deregolamentati. Garantendo ampi guadagni a chi, in questi giorni, ha scommesso sull’ulteriore ribasso degli indici europei.

Da Il Riformista 8 maggio 2010

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Written by tony

maggio 10, 2010 at 12:01 pm

Pubblicato su ComunicAzione

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La Spagna farà la fine della Grecia?

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Una giornata particolare per la piazza iberica. Due giorni il downgrade della Spagna da par- te di Standard & Poor’s, che ha ridotto da AA+ a AA- con ou- tlook negativo il suo rating sovrano, lo spread di rendimento tra i titoli di Stato decennali contro il bund tedesco, il punto di riferimento per l’area euro, è tornato a 127 punti base, dopo i massimi di due giorni fa. I Cre- dit default swap, i derivati che misurano quanto costa assicu- rarsi contro la bancarotta di Madrid, sono invece rimasti invariati a quota 175 punti base ri- spetto ai 187 di due giorni fa, lontani dagli oltre 700 punti ba- se della Grecia.
Ieri è arrivata l’autocritica dello spagnolo Joaquin Almunia, vicepresidente della Commissione europea e commissario Ue alla Concorrenza, che ha spiegato come la causa del propagarsi dei timori di contagio per i cosiddetti Piigs, le nazioni meno virtuose finanziariamente dell’Ue, sia stata dettata da una reazione lenta, da parte di Bruxelles, nel fronteggiare il
problema greco. Il grande di- lemma della Spagna, ha ricono- sciuto Almunia, «è la disoccupazione, e ciò esige prendere delle decisioni, ed evitare che le parti sociali si tirino i piatti in testa, ma collaborino di più». Per Eurostat, il tasso di disoccupazione nel Paese ha superato quota 20 per cento, che in termini numerici significa oltre 4 milioni di lavoratori in mezzo alla strada. Un livello insostenibile – il più elevato di tutta l’Eurozona – che deriva in gran parte dalla crisi del mattone iberico dopo il boom degli anni immediatamente successivi al 2000.
L’esposizione delle banche nei confronti della bolla immo- biliare, infatti, è di circa 351 miliardi di euro. Una criticità evi- denziata anche da Standard & Poor’s, che in termini generali ha previsto una crescita del Pil intorno allo 0,7 per cento l’anno fino al 2016, rispetto all’1 per cento evidenziato dalle precedenti rilevazioni. Sul medio termine, a pesare enormemente sulla crescita spagnola è l’indebitamento del settore privato, al 178 per cento del Pil, un mercato piuttosto asfittico con una ridotta capacità di esportazione e una crescita costante della spesa pubblica, nonostante, afferma S&P, il Governo dovrebbe rispettare l’obiettivo di mantenere il deficit al 9,8 per cento del Pil entro il 2010. Il debito pubblico è un’altra questione cruciale: S&P stima un aumento del debito ad oltre l’85 per cento del Pil entro il 2013. L’Ine, l’Istat spagnola, ha calcolato un aumento dell’inflazione a quota 1,6 per cento rispetto allo scorso marzo, a causa del mix tra costi energetici in crescita, crollo dei prezzi delle case e disoccupazione. Elena Salgado, ministro dell’Economia iberico, ieri ha sgombrato il campo dalle critiche internazionali dichiarando in una nota che «la Spagna sta facendo di tutto per riportare i conti in ordine», individuando tre nella riallocazione del 5 per cento del Pil prima destinato al mercato immobiliare in altri settori dell’economia, nella ristrutturazione del real estate e nella riduzione della pressione fiscale gli ingredienti per uscire dalla crisi. Secondo gli analisti, lo spauracchio numero uno, per Zapatero, si chiama deflazione: la disoccupazione, infatti, frena non poco la domanda di beni e servizi, generando una caduta dei prezzi. Nei giorni scorsi il premier iberico, nel commentare i dati sulla disoccupazione, si è detto «responsabile della situazione in cui si trovano le persone che hanno perduto l’impiego», sottolineando, però, che nei prossimi mesi «dovremmo vedere una tendenza positiva». I sussidi, ha affermato Zapatero, coprono l’80 per cento della popolazione, assicurando che l’obiettivo numero uno del Governo è la protezione sociale. Intanto, a riprova della linea di austerità adottata dall’esecutivo, è previsto per oggi il via libera al provvedimento che dovrebbe portare al taglio di oltre 300 alti dirigenti di ministeri e aziende a partecipazione statale. Secondo quanto riportato ieri dal quotidiano El Mundo, la misura fa parte di un piano più ampio che dovrebbe ridurre la spesa pubblica di 50 miliardi di euro nei prossimi tre anni.

Da Il Riformista 30 aprile 2010


	

Written by tony

aprile 30, 2010 at 12:56 pm

Pubblicato su ComunicAzione

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