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Unicredit, ecco i legami tra i candidati alla successione

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Da ieri si è aperta ufficialmente la corsa ai piani alti di Piazza Cordusio. Durante la riunione del comitato strategico permanente di Unicredit, infatti, ha preso il via la discussione più delicata degli ultimi tredici anni: la successione ad Alessandro il Grande. Al momento, non sono ancora emersi nomi certi. Tutto sembra rimandato al fatidico 30 settembre, quando il Cda della prima banca italiana si riunirà a Varsavia, lontano dagli occhi e dal cuore dell’asse Verona – Milano – Torino. Sono due i livelli su cui vertono i negoziati sul nome dell’erede di Mr Arrogance: il primo è quello politico, legato a Cesare Geronzi, «oggi è meglio che non parli» ha dichiarato ieri sibillino a margine del Cda di Generali a Venezia. Il secondo livello – la partita vera – concerne la gestione operativa: la lobby dei manager con un passato in McKinsey, società di consulenza da cui passò anche Profumo alla fine degli anni ’80 – come Roberto Nicastro, vice amministratore delegato e responsabile della divisione Retail – e l’area legata alla banca d’affari Merrill Lynch, i cui ex uomini di punta, come Sergio Ermotti ed Edoardo Spezzotti, oggi fanno parte del gotha di Unicredit. Situazione che avvalora la candidatura di Andrea Orcel, attuale numero uno di Bofa – Merrill Lynch Italia, advisor dei principali dossier scottanti dell’ex Credito italiano, dalla fusione con Capitalia all’Opa su Hvb, passando per il maxi aumenti di capitale del 2008, fino all’attuale dossier Pioneer. Orcel, 50 anni, un passato da consulente per Boston consulting group prima dell’approdo in Merrill Lynch e la promozione a capo degli investimenti per l’Europa nel 2003, viene ricordato in ambienti finanziari come il regista dell’acquisizione di Abn Amro da parte di Rbs, chiusa dopo aver battuto nientemeno che Barclays. Considerato vicino a Paolo Biasi, presidente di Cariverona – il primo socio italiano di Piazza Cordusio – nel 2007 Orcel ha gestito l’integrazione di Ras, Lloyd Adriatico e Allianz Subalpina in Allianz Spa, in seguito alla quale Biasi, già consigliere di Ras dal 2005, fece il suo ingresso nel Cda di Allianz. Il cui attuale presidente, Enrico Cucchiani – che fa parte anche del Cda di Pirelli – si è detto non interessato alla poltronissima. La rosa dei papabili comprende anche il profilo di Mario Greco, ex amministratore delegato di Ras ed Eurizon, dal 2007 a capo di Zurich Life. Cinquantun anni, Greco siede nel board di Saras, del Gruppo Espresso e dell’Università Bocconi, e fino al 2005 fece parte dei consiglieri di Ifil, l’ex cassaforte della famiglia Agnelli, oggi Exor.

Qualora dovesse scattare l’operazione nostalgia, i nomi più vicini a Geronzi, ammesso e non concesso che l’ex presidente di Mediobanca sia il grand commis nella vicenda Unicredit, rispondono ai cognomi Nagel, Auletta Armenise – quest’ultimo nome è circolato con insistenza nei corridoi di Piazza Cordusio – Costamagna e Gallia. Il primo, classe ’65, è l’attuale guida operativa di Piazzetta Cuccia, nonché vicepresidente di Generali. Una carriera tutta interna: assunto nel ’91, un anno dopo la laurea in Bocconi, Nagel scala le gerarchie fino a diventare Direttore generale nel 2003, dopo un’esperienza come consigliere nella boutique di private banking nata dalla joint venture tra Mediobanca e la Mediolanum di Doris e Berlusconi. Per risalire alle origini del rapporto tra il numero uno di Generali e il conte Giovanni Auletta Armenise, attuale presidente di Rothshild Italia ed ex amministratore delegato di Ubi Banca prima di Victor Massiah, bisogna fare un salto indietro di quindici anni, quando, nel 1995, Geronzi – allora presidente del Banco di Roma – grazie all’appoggio politico di Lamberto Dini riuscì ad avere il controllo della Banca nazionale dell’Agricoltura. Ai tempi della fusione con Capitalia, invece, risalgono i rapporti del banchiere di Marino con Claudio Costamagnam che ieri ha bollato come «infondate» le notizie di un interessamneto. Come Draghi, Costamagna viene dal club degli ex Goldman Sachs, e fu chiamato come consulente per le alleanze strategiche. Da Capitalia arriva anche Fabio Gallia, Ceo e direttore generale di Bnl – Bnp Paribas dopo un periodo da amministratore delegato di Fineco, banca della galassia Unicredit.

Volendo optare per una soluzione politica, Rampl potrebbe accontentare Tremonti nominando l’attuale direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli. Phd all’Università di Rochester, come Cucchiani, e uomo di fiducia di Ciampi, Grilli è stato consigliere di Bnl e ha lavorato per Credit Suisse First Boston. Nei giorni scorsi, si è parlato anche dell’ex titolare di via XX Settembre, Domenico Siniscalco, oggi al vertice di Morgan Stanley Italia.

L’ultimo nome che trapela da ambienti interni ad Unicredit è quello di Francesco Caio. Il vicepresidente di Nomura, ex collega di Profumo e Colao in McKinsey, recentemente ha fatto capolino in Italia come consulente per lo scorporo di Telecom, società controllata da Telco, di cui Mediobanca è azionista forte.

Il Riformista 24 settembre 2010

Written by tony

settembre 27, 2010 at 2:38 pm

Unicredit, i Merrill boys puntano alla successione

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Alessandro Profumo non era l’unico dominus di Piazza Cordusio. La gestione operativa dell’affaire libico, duramente criticata dalle Fondazioni e motivazione formale dietro la cacciata del manager, è stata soltanto la goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di perplessità legate a scelte di investimento bocciate all’esame dei mercati. Tutto iniziò con l’aggregazione della banca bavarese Hvb – e delle controllate Bank Austria e Bph, istituto polacco in seguito ceduto – che, nel 2005, diede vita al terzo polo bancario europeo e aprì le porte del salotto buono all’attuale presidente Dieter Rampl. L’operazione risultò fallimentare nel momento in cui emerse l’entità dell’esposizione di Hvb verso i mutui subprime. All’epoca del merger, Unicredit venne assistita, in qualità di advisor, da Goldman Sachs e Merrill Lynch. Un nome, quest’ultimo, che accompagna tutta la storia recente di Unicredit, e che potrebbe modellarne irreversibilmente le strategie nel prossimo futuro.

Non a caso, uno dei nomi in pole position per raccogliere il testimone di Profumo è quello di Andrea Orcel, attuale numero uno di Bank of America – Merrill Lynch ed ex consulente in Boston Consulting Group. La merchant bank americana, salvata da Bank of America sette giorni prima del fallimento di Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008, è l’ex datore di lavoro di due nomi di peso nel management di Unicredit: Sergio Ermotti e Edoardo Spezzotti. Il primo, che oggi ricopre il ruolo di vice Ceo, in meno di vent’anni ha scalato i vertici della banca americana, prima di fare il suo ingresso in Piazza Cordusio nel 2005. Il secondo, invece, che nel 2007 prese il posto di Ermotti come responsabile dell’Investment banking, ha un passato da amministratore delegato della divisione italiana di Merrill Lynch.

Prima della chiamata di Profumo, tra le altre cose, i due erano partner di NewSmith Capital, una società di consulenza fondata nel 2003 da Michael Marks, Paul Roy, Stephen Zimmerman, Check Low e Ron Carlson: tutti ex Merrill Lynch. Cinque anni più tardi, esattamente il 2 giugno del 2008, Sergio Ermotti annunciava un accordo strategico con la divisione legata alla consulenza creditizia di NewSmith, la NewSmith Financial Products, che sarebbe passata sotto il controllo dell’unità Global & Investment banking di Unicredit, in cambio di una quota del 5 per cento nel capitale di NewSmith. In seguito all’accordo, l’amministratore delegato della società londinese, il malese TJ Lim – artefice, a metà anni novanta, del successo di Merrill Lynch nel mercato dei derivati sul reddito fisso e del Forex – divenne il condirettore di Spezzotti con delega su bond e mercato valutario, raggiungendo l’amico Mike Hammond, assunto nell’estate del 2007 come direttore Capital markets, il quale, manco a dirlo, ricopriva lo stesso ruolo nella banca statunitense per l’area Europa, Africa e Medio oriente. In questi anni, Hammond ha lavorato a stretto contatto con Theodor Weimer, guida dell’unità Global investment banking ed ex consulente McKinsey, multinazionale dove Profumo mosse i primi passi a livello internazionale verso la fine degli anni ’80.

Sarà per questo che l’ormai ex Ceo, come scriveva il Sole 24 Ore a inizio 2008, ad un certo punto pensò addirittura di volgere lo sguardo oltreoceano e puntare ad un Opa su Merrill Lynch, la cui capitalizzazione, all’epoca, era pari a 29 miliardi di euro. Un’ipotesi spazzata via dal vento della crisi finanziaria.

La conquista del salotto buono della finanza italiana, da parte della merchant bank a stelle e strisce, comincia verso la fine degli anni ’90, quando, grazie alle capacità di Spezzotti e ad una campagna acquisti aggressiva a livello di management, riesce a seguire come advisor alcune delle operazioni più discusse e controverse dell’epoca: dall’emissione obbligazionaria voluta da Bassolino per la città di Napoli alle cartolarizzazioni di Cecchi Gori e della Lazio di Sergio Cragnotti, fino alle azioni privilegiate della Parmalat di Calisto Tanzi. Nel lontano 1998, il Corriere spiegava che i concorrenti adducevano le ragioni del successo dei Merrill boys alle basse commissioni applicate sui propri servizi.

Negli ultimi anni, la banca Usa ha accompagnato Piazza Cordusio negli snodi centrali della gestione Profumo, dalla fusione con Capitalia,  nell’aumento di capitale da 6,6 miliardi di euro dell’ottobre del 2008, fino all’ultimo dossier, la vendita di Pioneer, che il successore del manager genovese si ritroverà sul tavolo.

Il Riformista 23 settembre 2010

Written by tony

settembre 23, 2010 at 11:56 am