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Triplete in salsa americana per Finmeccanica

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Finmeccanica ritorna protagonista in Usa, e Piazza Affari apprezza. Dopo aver accusato, la scorsa settimana, il colpo delle vicende legate ai presunti fondi neri, nella giornata di ieri la società di piazza Montegrappa ha chiuso tre contratti. Il primo e più importante riguarda l’intesa annunciata con Boeing per correre insieme nella gara per i nuovi elicotteri della Casa Bianca, dopo lo stop all’appalto precedente, vinto nel 2005 dalla controllata Agusta Westland, assieme alla Lockheed Martin, a causa dei costi troppo elevati del velivolo. Un accordo, raccontano fonti interne all’azienda, nato proprio tre settimane fa, praticamente in concomitanza con il polverone suscitato dalla pubblicazione delle intercettazioni tra Lorenzo Cola, consulente vicino al presidente Pierfrancesco Guarguaglini, e Gennaro Mokbel, l’imprenditore romano che avrebbe procurato illegalmente i voti necessari all’elezione in Senato dell’avvocato Nicola Di Girolamo. A dare notizia della collaborazione con Boeing, sul sito web dell’International Herald Tribune, è stato Philip Dunford, vicepresidente del colosso aeronautico statunitense. «L’accordo con Boeing conferma la capacita’ di AgustaWestland e Finmeccanica, e dell’Aw101 in particolare, di competere sul mercato americano» ha affermato entusiastiacamente il numero uno Pierfrancesco Guarguaglini, nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti per approfondire i termini dell’accordo. Il manager livornese è apparso sereno, ma fermo nel negare categoricamente l’ipotesi, riportata nelle scorse settimane da alcuni giornali, di una mano americana dietro all’inchiesta in cui è coinvolto il gruppo da lui guidato. Insinuazioni che il ministro degli Esteri Franco Frattini, in un’intervista rilasciata al Corriere, ha definito senza mezzi termini «balle», ricordando che gli Usa «sono il nostro primo alleato sulle strategie per la sicurezza». Per il manager livornese, dunque, i rapporti con gli Usa rimangono «ottimi», mentre il piano di contenimento dei costi militari messo in campo dall’amministrazione Obama, in realtà, «facilita Drs». La controllata Usa – acquisita da Finmeccanica nel 2008 per 5,2 miliardi di euro – ha siglato ieri un deal per la fornitura di apparati elettronici ai tanker – i velivoli multi missione per il rifornimento merci e carburante – nell’ambito del programma militare Newgen Tanker. Settore aeronautico protagonista anche della terzo accordo firmato ieri: la controllata americana Alenia North America, infatti, ha ricevuto dal Pentagono un ordine da 318 milioni di dollari per produrre altri 8 cargo C-27J entro il 2011. Un ricco business per piazza Montegrappa: la società con sede nel New Jersey, si legge in una nota, dal 2007 ad oggi ha iscritto a bilancio profitti per 1,6 miliardi di dollari.

Sul fronte delle contrattazioni, a Milano il titolo ha segnato un forte rimbalzo, guadagnando l’1,27 per cento in un contesto di ripresa generalizzata del Ftse Mib, trascinato dal comparto bancario, in rialzo dopo il calo di venerdì scorso, ascrivibile ai timori per il default dell’Ungheria. Secondo quanto riferisce al Riformista un analista di un’importante banca d’affari, con questi accordi Guarguaglini ha dimostrato di sapersi ancora muovere con profitto su un mercato, quello statunitense, che da solo copre la metà degli investimenti globali nel settore della difesa. Tuttavia, la partnership con Boeing si iscrive in un contesto strategico di lungo termine: trattandosi di gare d’appalto, il risultato non è per nulla scontato. Per questo, il titolo non ha sfondato quota 9 euro. Un segnale positivo, dunque, ma che non sposta il consensus sul neutral. La spiegazione è semplice: in un contesto di estrema debolezza dei listini e della paura legata al rischio contagio, si investe meno a cuor leggero in un’azienda controllata dallo Stato, i cui clienti principali sono altri Stati sovrani. Finmeccanica, racconta un osservatore, è di fatto una derivata del budget di spesa delle istituzioni pubbliche. La parola d’ordine delle quali, dopo aver salvato il sistema bancario su entrambe le sponde dell’Atlantico, è una sola: austerity.

Il Riformista 8 giugno 2010

Written by tony

giugno 8, 2010 at 7:53 pm

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Subprime: le responsabilità del rating

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Per la prima volta le agenzie di rating finiscono formalmente sul banco degli imputati per i giudizi espressi sui prodotti strutturati legati al mercato immobiliare americano. Mentre a Washington i membri del G20 stanno discutendo su quali regole daranno una nuova fisionomia alla finanza mondiale, in Campidoglio la commissione permanente per le investigazioni del ministero dell’Interno statunitense è intervenuto in un’audizione per valutare le responsabilità di Moody’s e S&P nella crisi del 2008. Gli uomini della commissione, guidata dal senatore democratico Carl Levin, sarebbero in possesso di un dossier di 550 pagine, di cui fanno parte alcune mail interne circolate tra i dipendenti delle due agenzie di rating nel periodo che va dal 2004 al 2007, l’anno dell’implosione dei derivati sui subprime. Una di esse, datata 2004, recita: «Ci incontreremo questo weekend con i vostri rappresentanti per discutere della modifica dei criteri di rating dei Cdo – derivati il cui valore è garantito da un portafoglio di titoli azionari e obbligazionari – sugli asset del mercato immobiliare. Se diminuisce il valore dei Cdo il mercato sottostante crolla, un circolo vizioso che si sta rinforzando». In un altro documento interno, risalente al giugno 2005, un dipendente di Standard & Poors avvertì che «manipolare i criteri per chiudere più contratti, mettendo a rischio la società, non è una buona idea». Nel 2006, un manager di Moody’s scrisse esplicitamente: «Sto subendo delle pressioni consistenti da parte di Goldman Sachs su un affare che vorrebbero presentare oggi sul mercato». Parole che pesano come macigni, dopo l’accusa di frode formulata dalla Sec nei confronti di Goldman Sachs, il discorso di Obama ai banchieri, e la proposta del Fmi di tassare le banche per prevenire future crisi. Ancora, nell’agosto del 2006 un dipendente di S&P dichiarava: «Si sentono così in obbligo nei confronti dei loro principali finanziatori che hanno sviluppato una sorta di sindrome di Stoccolma che, sbagliando, chiamano “creare valore per i propri clienti”».  Continua l’anonimo, in una mail di fine 2006: «Le agenzie di rating stanno creando un mostro ancora più pericoloso, il mercato dei Cdo, speriamo di essere tutti in pensione quando cadrà questo castello di carte».

L’indagine, iniziata quasi due anni fa, nel novembre del 2008, evidenzia come – tra il 2004 e il 2007 – S&P e Moody’s abbiano usato dei modelli di previsione sul mercato immobiliare inadeguati a monitorare la rischiosità dei mutui subprime. Non solo: per gli uomini di Levin le agenzie di rating avrebbero rivisto i propri giudizi troppo tardi: «I diffusi downgrade dell’estate del 2007», si legge in una nota che riassume le conclusioni dell’inchiesta, «hanno causato uno shock sui mercati finanziari, che ha portato al collasso del mercato secondario dei subprime, colpendo duramente le vendite di asset immobiliari delle holding finanziarie, che hanno perso capacità di investimento in tutto il mondo». In altre parole: prima le agenzie di rating hanno costruito l’apprezzamento dei derivati per coprire gli investitori dal rischio di insolvenza dei mutuatari, per poi ribassare il valore dell’intero comparto, quando la bolla era già scoppiata.

La Dodd bill, il testo di riforma finanziaria in discussione al Senato americano, potrebbe fare rientrare sotto l’ombrello della Sec, la Consob d’oltreoceano, anche le agenzie di rating, aprendo di fatto un nuovo scenario in cui a società quotate e investitori danneggiati verrebbe data la possibilità di rivalersi per vie legali. Una simile misura, per Levin, dovrebbe essere contenuta nel testo stilato da Chris Dodd, nonostante l’ostruzionismo, su questo punto, potrebbe essere enorme. «La prima cosa che dovrebbero fare, e credo non faranno, è trovare un modo per risolvere il perenne conflitto di interessi in base al quale i servizi forniti dalle agenzie di rating vengono pagati dai loro clienti».

Ai riscontri della commissione Levin, Moody’s ha risposto di aver sempre adottato «metodologie, politiche aziendali e procedimenti trasparenti e rigorosi», mentre S&P ha affemato: «abbiamo tratto una lezione importanti dalla recente crisi, e ci stiamo muovendo per migliorare la trasparenza, la governance e la qualità dei nostri giudizi».

Il problema dell’importanza delle agenzie di rating è cruciale, perché attraverso le loro valutazioni si definisce il prezzo delle obbligazioni di Stati ed enti locali, non solo in Usa. Vietare per legge un giudizio sulla finanza pubblica non sembra una via percorribile, più sensato, anche sulla sponda europea dell’Atlantico, affidare il controllo sulla loro affidabilità ad un organismo indipendente, come la Sec o la Consob.

Da Il Riformista 25 aprile 2010

Written by tony

aprile 25, 2010 at 9:40 am

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Fmi: Pil italiano in ripresa? Sì, ma anche no

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Ripresa più veloce del previsto, ma con forti squilibri. In estrema sintesi, è questo il contenuto delWorld Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, che ha rivisto al rialzo le sue stime sul Pil mondiale per il 2010 dal 3,9 per cento dello scorso gennaio all’attuale 4,2 per cento, mentre il 2011 rimarrà sostanzialmente stabile, a quota 4,3 per cento. Saranno i Paesi emergenti a guidare la ripresa, bene invece gli Usa, mentre il Vecchio continente quest’anno andrà ancora a rilento. Per quanto riguarda l’Italia, il rapporto, diffuso nella mattinata di ieri, prevede una crescita dello 0,8 per cento nel 2010 e dell’1,2 per cento nel 2011, ma con un tasso di disoccupazione in aumento a quota 8,7 per cento quest’anno, rispetto al 7,8 per cento di 12 mesi fa e all’8,6 per cento previsto per il 2011. In un contesto migliore del previsto, lo Stivale va dunque in controtendenza: le stime sul Pil italiano per quest’anno hanno subito una riduzione di 0,2 punti percentuali, di 0,1 punto percentuale quello dell’anno prossimo.

A livello globale, saranno i Paesi emergenti – come nel 2009 – a guidare la ripresa, con un’accelerazione del 6,3 per cento quest’anno e del 6,5 per cento nel 2011, anche in questo caso stime più ottimistiche rispetto a quelle diffuse a inizio anno. L’incremento delle economie avanzate, nell’insieme, sarà pari al 2,3 per cento, e del 2,4 per cento tra 12 mesi. Durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto, il numero uno del Fmi Olivier Blanchard ha spiegato che il rialzo delle stime «non è abbastanza per recuperare il terreno perso durante la recessione». «Ci troviamo in una nuova e importante fase della crisi», ha affermato Blanchard: «L’economia globale è in ripresa, ma si presentano sfide formidabili. Ottenere una crescita sostenuta, solida ed equilibrata non sarà facile, ci vorrà molto lavoro, soprattutto per il consolidamento fiscale, per aggiustamenti dei tassi di cambio e un riequilibrio della domanda». A destare la preoccupazione maggiore degli esperti dell’istituto di Washington, per quanto riguarda i Paesi sviluppati, è la difficile situazione del mercato del lavoro. «Un elevato tasso di disoccupazione pone seri problemi sociali», si legge nella nota del Fmi, per questo gli Stati dovrebbero adottare delle politiche a livello macroeconomico per favorire la flessibilità salariale e i sussidi di disoccupazione. In Eurozona, stime il Fondo, la percentuale di inoccupati sarà superiore al 10 per cento sia quest’anno che tra 12 mesi, mentre negli Usa si attesterà al 9 per cento, per poi calare all’8,3 per cento nel 2011.

Un’altra questione principe è il debito. Ciò che è successo in Grecia – che con l’aiuto di Goldman Sachs ha taroccato al rialzo il suo livello di indebitamento – deve servire da monito, dicono da Washington: «Sul breve termine, esiste il rischio che, se non adeguatamente monitorati, i timori del mercato sulla solidità finanziaria e la liquidità della Grecia potrebbero trasformarsi in una contagiosa e diffusa crisi del debito pubblico degli Stati sovrani», ha affermato il Fmi. Anche per questo le economie avanzate dovranno implementare i propri piani di stimolo fiscale. Si legge nel World economic outlook: «Un significativo consolidamento fiscale sarà necessario anche per il 2010, unito ad una politica monetaria espansiva». Ad eccezione di tutti gli Stati che stanno subendo un incremento nei tassi di interesse legati ai propri titoli di debito: devono immediatamente adottare una politica di consolidamento fiscale.

Discorso uguale e contrario per i mercati emergenti: l’elevato livello di rischio delle economie avanzate fa diminuire l’appetito degli investitori istituzionali per i bond, mentre India, Brasile e Cina devono assorbire liquidità senza creare bolle. Lo squilibrio per eccellenza riguarda il rapporto tra il deficit statunitense, cresciuto del 2 per cento nel 2009, e il surplus del Celeste impero, l’anno scorso a più 4 per cento. Ovvero la causa principale della debolezza del dollaro sull’euro, almeno fino al quasi default della Grecia, che ha abbassato il valore della divisa comunitaria. Su questo tema il Fmi è in linea con gli Usa: lo yuan deve essere più flessibile. Ma i cinesi, si sa, da quell’orecchio non ci sentono proprio.

Da Il Riformista 22 aprile 2010

Written by tony

aprile 22, 2010 at 2:55 pm

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